| gli
affreschi scrostati dei martiri byzantium 
Uno
Vista da dietro la testa del prete sembra piuttosto il piccolo cranio di un tordo
malato, di quelli già lessi da vivi. Il prete è insaccato nella
sua palandrana nera e agita le mani a scatti come la sua voce del resto. Si rivolge
in inglese a una comitiva di indiani che lo ascoltano in silenzio seduti sulle
panche di legno immersi tra le pareti di pietra della chiesa sotterranea. Algida
lo ascolta mentre aspetta già da una ventina di minuti l'arrivo di una
guida in italiano. Vicino a lei in compenso c'è la guida francese. Un tipo
alto e molle sui trenta con occhi tristi e azzurri velati dalla visierina rigida
di un cappellino da baseball rosso con la scritta Best Carrotts. Sembra piuttosto
uno speleologo. Non ci sono comitive francesi e nemmeno di altre parti comunque
sia francofone. Ascolta annoiato le solite spiegazioni del prete che continua
a parlare di pietre, scavi, martiri e di tutto il resto che può riferirsi
alle catacombe. - Ma è tedesco? Gli chiede
alla fine Algida che si era annoiata pure lei a sentire l'incedere monotono del
prete. - Sì ma preferisce parlare inglese. Quando ci sono i gruppi
di tedeschi cerca di evitarli perché fanno troppe domande tecniche e certe
volte non sa cosa rispondere. E poi del resto ha vissuto quasi vent'anni in Kenya.
- Ah, capisco. La conversazione si arena e stanno di nuovo zitti ad aspettare
momenti diversi. Un altro italiano che era stato fino allora in piedi, comincia
ad agitarsi sbuffando vistosamente in un crescendo che non promette niente di
buono. Di quelle tensioni che ti contagiano appiccicose. Poi sale la scalinata
di marmo antico e raggiunge la biglietteria dove si vendono anche i souvenir.
Scendono le voci. Lui, la bigliettaia e un altro tipo non meglio identificato.
È infastidito perché sta aspettando giù da più di
mezz'ora la guida italiana che non si fa vedere. Quella alla cassa tenta di spiegargli
il problema. Non si riesce a radunare il gruppo di turisti bergamaschi che si
divertono a fare merenda nel bel giardino attrezzato di panche, bagni puliti e
gazebo con tanto di putto sputa acqua a fontana. Ma che se ne vadano allo
zoo allora. E mugugna mentre scende le scale con passo pesante. Solo allora nota
che calza stivali da cavallerizzo con i pantaloni insaccati dentro. Quasi un Ugo
Foscolo sbraitante. Quell'alterco improvviso sembra scuotere dall'assopimento
Algida che si alza e, senza pensarci un attimo di più, si accoda al gruppo
di indiani che diligentemente - giusto un po' straniti -seguono gli scatti del
prete tedesco. La guida francese invece continua a rimanere immobile con la sua
visierina sempre calata sugli occhi persi tra i reperti attaccati alle pareti.
Gli indiani seguono il prete e si guardano intorno incuriositi. C'è freddo
lungo i cunicoli e molte ramificazioni sono sbarrate da grate o cancelli. Sono
quelli che attirano di più Algida. Le catacombe le aveva viste solo
un'altra volta da bambina. Era estate e per le strade si sentiva in continuazione
Notorius dei Duran Duran. Tutta la famiglia insieme. I marciapiedi invasi da ricci
di ippocastani caduti proprio per essere schiacciati da lei e Gabriele che aveva
cinque anni. Che buone quelle fettine di noce di cocco. A maggio Algida aveva
fatto la prima comunione e si sentiva ancora molto religiosa. Suo padre però
si era opposto che la vestissero da Santa Rita. Comunque ogni tanto pensava di
farsi suora lo stesso o vagheggiava le stimmate e il martirio vissuto come un
gran gesto. Così mentre se ne stava ben protetta tra i genitori, le sembrava
quasi piacevole nascondersi in quelle catacombe per finire poi sbranata dai leoni.
Una signora avvolta in un sari malva si stringe, abbracciandolo quasi impaurita,
al marito, mentre un'altra grassa si vorrebbe sedere da qualche parte. Il solito
burlone le consiglia di sdraiarsi in un loculo. Quello ancora più burlone
sottolinea che tanto non ci starebbe affatto. Ridono divertiti tranne il prete
tordo che continua imperterrito la sua litania ferrosa e monocorde. Fa un'azione
sistematica per sottrarre qualsiasi aurea di fascino a quell'immersione sacrale.
Non fa altro che sottolineare quanto siano infondate tutte quelle teorie che vedono
le catacombe come perfetto nascondiglio dei primi cristiani. - Questa zona
si trovava piuttosto distante dalla città, quindi che senso aveva nascondersi
lontano da casa, che senso aveva celebrare le funzioni in luoghi di così
difficile accesso? La paura. Solo la
paura. Gente che soffre, che muore. Scala Richter impazzita. Ambulanze dappertutto.
Hanno la mezzaluna rossa e non la croce ma non cambia niente. Il panico le urla
e i pianti non cambiano. Luce fioca, suoni privi di riverbero. Ti senti risucchiato
in basso nel fondo del pozzo nero. Che delusione. Il prete tordo smentisce
nel modo più assoluto che ci siano mai stati dei collegamenti tra le varie
catacombe. Non esiste assolutamente una Roma parallela e sotterranea. Non esiste
niente che non sia quello che si estende illuminato davanti ai loro occhi.
A volte i preti non credono a niente. Eppure è così bello credere
agli indemoniati, ai miracoli, alle apparizioni delle Madonne. Invece certi preti
sono peggio di Nicola di Vasto che studia da sempre ingegneria. Ha la testa grossa
e riccia come un orso marsicano e quando non capisce dice puntuale che non è
razionale, che non è credibile. Quando Algida, in un momento di sconforto,
aveva cercato di confidarsi raccontandogli quella brutta storia del camminatore,
o chi cazzo era, che era precipitato dal traliccio dell'enel, dopo un paio di
non è credibile, gli aveva detto che si trattava di un progetto per una
sceneggiatura da presentare al Premio Solinas. Comunque per Nicola non andava
bene lo stesso. Non era razionale. Comunque Nicola non poté fare a
meno di chiederle: Ma alla fine chi sono questi Camminatori? A chi ti
sei ispirata? Da dove vengono? E come va a finire la storia? Anche
lui come tante altre cose di Bologna non le mancano affatto. La tentazione
di abbandonare il gruppo e seguire uno dei tanti cunicoli che le si schiudono
a ventaglio è fortissima. Camminare fino a perdere la consapevolezza del
tempo ubriacata dalla stanchezza. Addentrarsi in una notte che non finisce mai
per finire accartocciata su stessa a raccontarsi belle cose per mantenersi attaccata
alla vita. Come fanno quelli dei film che stanno morendo assiderati tra i ghiacci
o a mollo nell'oceano. Tutti si raccontano cose belle, di vecchie fattorie, di
torte di mele, del papà sul trattore che saluta con la mano. Tante
cose belle della vita. Si chiede invece perché gli si materializzi
in continuazione il brufolo di Pedrinho. Piccolo e giallo chiaro di pus. Tante
belle cose della vita. Un piatto di pasta, un amaro, le amiche che parlano di
uomini. Le pareti della pizzeria sono funestate da foto di gente famosa o
che lo è stata almeno per un po'. Tra questi ricordiamo Starsky e Hutch,
Gigi Proietti con la barba, Pruzzo, il generoso Ciccio Graziani, Totti e Falcao
della Roma, Alberto Sordi che mangia gli spaghetti, David Bowie impomatato quando
faceva the Thin White Duke, Sabrina Ferilli, Er Monnezza con Bombolo e Cannavale
in canottiera, il Papa e Papa Luciani, Little Tony con la dedica a pennarello,
Mina quand'era magra, Califano con tutte e due le narici, Berlusconi scaricato
da internet che offre pane e figa per tutti, il gestore della pizzeria quando
aveva i baffi e la t-shirt stretta mentre abbraccia la moglie che non era poi
tanto male. I tavoli sono apparecchiati con una tovaglia di carta a quadretti
bianchi e rossi e Algida mangia un trancio con patate e un altro ai funghi l'attende
sfrigolante sul piatto. All'altro tavolino uno sui trenta ben pettinato fuma una
camel e discute al telefonino di non essere affatto d'accordo che lei si tagli
i capelli perché la vuole femmina, ma che comunque faccia come vuole anche
se - e lo ripete un paio di volte - non è contento per niente. Era
arrivata troppo presto alle catacombe. Quelle di San Callisto poco più
avanti erano chiuse per turno. Non le era rimasto che aspettare e quindi era entrata
in quella pizzeria dal nome insignificante come "Pizzeria, pizze al taglio
calde, cucina alla romana". Sarebbe stato più carino se l'avessero
chiamata Catapizza, Pizzeria Domitilla, La Tana della Pizza, Pizzeria dei Martiri
Cristiani. Il vicino di tavolo chiude il cellulare e si rivolge ad Algida commentando
positivamente la lunghezza dei suoi capelli e la trovata gagliarda di farsi un
ciuffo bianco. Mo' glielo dico di farselo pure a quella pazza della mia donna.
Il libretto della guida alle catacombe è molto più interessante
del prete tordo. Algida lo legge mentre l'autobus della linea giubilare, il J3,
la riporta in centro. Si parla di Santa Domitilla, San Nereo, Sant'Achilleo. I
morti seppelliti nelle catacombe erano di bassa statura. Gli antichi romani erano
piccoletti e coriacei. Soldati muscolosi che adoravano il Sole Invitto. Combattevano
con la forza che gli dava direttamente il dio Mitra. Quasi funzionassero a batteria
solare. E se Mitra e pure Giano tornassero di moda? Fuori il cielo continua
a essere limpido, senza neanche una nuvola. La prima volta dopo una settimana
di pioggia scrosciante. Proprio come a Bologna. Algida costeggia il Colosseo
e s'incammina lungo la via Claudia su per il Celio. La strada è in salita
costeggiata da alberi sempre verdi. Una salita molto diversa da quella di San
Luca che aveva fatto poco prima di prendere la decisione di andarsene da Bologna.
Era rimasta immobile affacciata al belvedere per almeno un'ora a guardare gli
altri colli. Vicino un ambulante ascoltava le partite a tutto volume. Il Cagliari
stava facendo di tutto per retrocedere in B. Qualche reazione a caldo dopo
la decisione di trasferirsi a Roma. - Sarà, ma io non ti ci vedo qui
a Roma. O ti trovi da stare in centro o resisti poco. - Ma non dovevi trasferirti
a Londra e raggiungere i gemelli? - A volte non ti capisco proprio, fai le
cose come ti tira il culo. E poi questa storia di iscriverti a Sociologia mi sembra
solo una solenne stronzata. - A questo punto faresti meglio a tornartene qui
ad Alghero, figlia mia. Due Finalmente
c'è il sole. Il primo giorno da quando è arrivata. La luce, la lusinga
di un tepore leggero del tutto autunnale sono irresistibili. La casa di Claudia,
che la ospita, è molto vicino al centro e invoglia a farsi una passeggiata.
Del resto non c'è nessuno con cui fare colazione. Soliti posti belli e
caratteristici. Tanti americani a Trastevere che ti sembra assolutamente normale
sentire parlare inglese e anche gli ambulanti, che vendono ritratti di padre Pio
con le lampadine psichedeliche intorno alla testa, lo sanno benissimo e si adeguano
come possono. Un cingalese scuro scuro e con gli occhi brillanti dice di stare
a Roma perché la polizia non chiede mai il visto e la vita costa meno.
Appena potrà emigrerà al nord. Nel frattempo cerca di vendere rose
a 500 lire cadauna. Tutte accuratamente spruzzate di deodorante malizia profumo
d'intesa. Per un attimo il ponte di Castel Sant'Angelo sembra trasferirsi
a Praga. Stesse facce stessi pupazzi che ballano, stessi marines che strisciano
scomposti come lucertole meccaniche. Un polacco si accompagna alla chitarra cantando
un'improbabilissima Mellow Yellow. Appoggiata alla ringhiera, sente scorrere
il fiume alle sue spalle. Poco lontano due ragazze con i riccioli parlano fitto
e ad alta voce come se volessero invitare altro pubblico alla loro discussione.
Quella con gli occhiali da sole vuole fargliela pagare a Luca. L'altra cerca di
dissuaderla con un buonsenso apparente. Ogni tanto le voci vengono trascinate
lontano dal vento. O forse è solo la mancanza di un interesse effettivo
per la sorte di Luca. Breve incontro con Pedrinho che fa lo sceneggiatore
di fiction televisive ed è nato a San Paulo da genitori italiani. L'anno
precedente quando si erano conosciuti a una festa da Claudia si erano piaciuti
ma poi dopo un bacio o due in balcone non se n'era fatto più niente.
Pedrinho ha il naso affilato e denti bellissimi. Nel complesso è abbastanza
carino e pure abbastanza stronzo. Infatti dice ad Algida, squadrandola con
falsa distrazione da snob dilettante: - Si vede che stai vivendo qui a Roma...
hai un aspetto più attuale... più in sintonia con la metropoli...
- Ah sì? Forse perché sono stata nell'ultimo anno due mesi a Londra
e tre a Istanbul. - A Istanbul e cosa ci facevi là, non succede un
cazzo a parte i terremoti. - Appunto. Era appena successo quando sono arrivata.
- Comunque mi riferivo a com'eri quando ti ho conosciuta... avevi un'aria così
trasognata... come se vivessi fuori dal mondo... forse sarà tutta quella
nebbia o tutti quei portici. Vivevi in una realtà protetta e credevi di
essere in trincea solo perché andavi nei centri sociali... A guardargli
bene i denti, questi non sono così belli, anzi ha pure un'otturazione in
amalgama argentato. A sentirlo poi è clamorosamente stronzo. Algida
spegne l'audio e l'osserva in silenzio. Si concentra su un piccolo brufolo che
ha all'angolo sinistro della bocca. Santo Stefano Rotondo è una bella
chiesa quasi nascosta. Bisogna entrare da un cancello e attraversare un cortiletto
di ghiaia. Dentro c'è poca luce e nemmeno un giapponese. In fondo, quasi
a far tutt'uno con l'oscurità, un tipo avvolto da un cappotto scuro buttato
sulle spalle a mo' di mantello. Gli affreschi si vedono poco e male, illuminati
in modo indegno e non certo per preservarli dagli effetti deleteri della luce.
E' inutile allungarsi, contorcersi in pose bizzarre in cerca di una visuale migliore.
Meglio immaginare allora. A un certo punto si accorge che quello col cappotto
ha scavalcato le transenne e si sta avventurando in equilibrio sulle travi dei
lavori in corso. Lo osserva meglio e poi nota e si ricorda degli stivali e subito
anche di tutto il resto, faccia compresa. È la stessa persona che qualche
ora prima si era messo a litigare alle catacombe. Si accorge di un particolare
che le era sfuggito nel precedente incontro: la sciarpa di un improbabilissimo
viola. L'equilibrista finalmente raggiunge gli affreschi. Si piazza davanti
e li osserva davvero a distanza ravvicinata, fino a sfiorarli con il naso solo
leggermente aquilino. Senza pensarci, come quasi tutte le azioni di quella
giornata anche Algida supera le transenne e lo raggiunge. Lui non sembra nemmeno
notarla e continua rapito a osservare lo scempio fatto dal tempo, dall'incuria
e dall'arte maldestra ottocentesca di restauratori mestieranti senza nome. Si
fa fatica a interpretare ciò che è stato fatto a suo tempo dall'autore,
il Pomarancio. Eppure proprio quei pochi frammenti sono ancora carichi di una
violenza sconvolgente. - Sai che i primi gesuiti venivano addestrati proprio
qui dentro? Li facevano girare attorno agli affreschi, li facevano immedesimare
negli stessi strazi e nelle stesse torture. Un modo come un altro per avvicinarsi
a Dio. Ho sempre preferito i danzatori sufi. Da bambina hai mai girato come una
trottola fino a farti venire prima il capogiro e poi un attacco di vomito? L'avrai
fatto di sicuro e... forse senza neanche accorgertene hai raggiunto l'estasi.
Dura troppo poco. L'approccio è così diretto e improvviso da
avere la forza d'urto di un assalto all'arma bianca. L'effetto è devastante.
Algida si sente sventrata, letta e frugata con prepotenza nell'intimo più
profondo, si rivede bambina in cortile con Marta, Ludovica e Piero, si rivede
a Konia sotto le stelle di settembre con le narici invase dall'incenso. In una
frase arrogante l'uomo con gli stivali ha detto tutto, ha fatto tutto. Ha bruciato
le tappe di una possibile conoscenza altrimenti lenta e garbata. Ha sfrondato
l'inutile con brutalità chirurgica. Eccolo che avanza rapido e sicuro
fino a sfiorarla, la costringe ad avvicinarsi quasi schiacciandola alla parete
buia illuminata da quei colori sopiti e mal illuminati. Quando escono nel
cortile ghiaioso è già quasi buio e la temperatura è scesa
di qualche grado. Camminano insieme ormai da ore. È lui a dare il
tempo, a stabilire il ritmo a calcolare le pause, a scegliere i punti dove fermarsi
a osservare squarci di Roma impossibili da notare. Archi arrampicati d'edera,
vicoli tempestati di usci di legno decrepito, seminterrati abbandonati da due
o tre secoli. - Ce ne sono ancora tanti in giro. Glielo dice così
a bruciapelo, proprio mentre le sta chiudendo gentilmente la portiera del taxi
che si butta immediatamente nel traffico e lui che la saluta, leggermente chino
sul finestrino e assolutamente reale, solido. La saluta e sorride. Assolutamente
reale come il calore della sua mano nervosa che stringeva la sua mentre si ostinavano
a cercare un ristorante cinese nel cuore di Trastevere quando bastava andare sul
viale per trovarne tre di seguito all'altro. La sua mano era caldissima e liscia
ma anche forte. La stringeva come se non volesse concederle la tentazione di abbandonarlo
in quella camminata nemmeno per un attimo. Assolutamente reale come la sciarpa
di quel viola assurdo bagnata di JF di Floris. Non ne avevano parlato. Lei
non aveva sfiorato il discorso. Non voleva incontrare altri Nicola di Vasto. Avevano
camminato e parlato di Chatwin, di Berlino, di From Hell di Alan Moore. Cose che
mentre se le scambiavano apparivano straordinariamente comuni, un chiaro sinonimo
di un'intimità folgorante. L'inganno dell'amore. Ma non c'erano stati
baci, solo carezze gentili e garbate sulla lana morbida e umida dei cappotti.
E Adesso è là ad abbracciarsi il suo cappottino misto cachemire,
immersa nel sedile di dietro del taxi. E il tassista che tanto per dire le
chiede se ha visto alla tv quel poliziotto fuori di testa che ha sequestrato un
autobus proprio là vicino. Ha pure un amico che abita in zona e che ha
sentito gli spari. Una seduzione facile facile e forse per questo abortita
all'istante. Parole lievi che si rivelavano all'improvviso quasi crudeli per la
loro puntualità. Le mani eleganti pronte a insinuarsi sotto la maglia,
sotto le mutande, gli occhi ovviamente intensi e profondi. Era tutto secondo copione
e per questo quindi distante. Un'icona al pari degli affreschi e non c'era tempo
per andare a studiare le parti asportate dal tempo, quelle scrostate e cancellate.
Non c'era tempo, non c'è stata voglia di conoscersi di più. Non
si sono scambiati numeri di telefono. Lui ha detto di chiamarsi Enea e potrebbe
essere anche il suo vero nome. Algida è turbata dalla consapevolezza assoluta,
e quindi spesso fallace, che s'incontreranno ancora. È infastidita da quello
stordimento leggero che si prova nel vivere situazioni apparentemente irreali
che preludono a una lucida consapevolezza masturbatoria. Si fa fermare qualche
isolato prima della casa di Claudia. Ha ancora voglia di camminare. Nel frattempo
è salito il vento. Si sente nella condizioni ideali per farsi scompigliare
i capelli, per farsi investire da qualche foglia secca e malandrina che la schiaffeggia
impudente. È il bello dell'autunno insieme alle caldarroste e ai giubbotti
di pelle. Un ristorante ancora aperto. Odore di pesce alla griglia. Sui
barconi ancorati alle banchine del Bosforo marinai turchi arrostivano sgombri
e poi li servivano imbottendo sfilatini di pane avvolti in carta di giornale.
Per prenderli e pagare bisognava chinarsi e sporgersi pericolosamente rischiando
di finire in acqua. Intorno i gabbiani si univano svolazzanti agli sgombri,
ai panini e ai clienti in una cacofonia assurda, poi le folate untuose del lodos
li disperdeva tutti spazzandoli insieme al resto dei rifiuti del tramonto.
Di solito il giorno dopo pioveva sempre. Algida tira su lo sguardo e tende
la mano in cerca delle prime gocce. Poi s'incammina rapida verso casa.
Sa che questa volta sarà ben attrezzata per il viaggio. Aveva pensato a
tutto mentre preparava i bagagli per trasferirsi a Roma. Però non si
ricorda che anche in quel giorno di fine maggio tirava vento. Un vento umido con
un vago odore di pesce e di mare. Il lodos probabilmente. Roma,
dicembre 2000
[introduzione
alla serie a fumetti Byzantium, Mondo Naif n.12, Kappa
Edizioni, 2000]
[altri
testi]
[byzantium]
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