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Papà dice che la nostra casa è l'ultima della città. Dopo la nostra non c'è più niente. A parte lo stagno che è molto grande e pieno di uccelli strani con il collo lungo che stanno tutto il giorno in acqua.

E' vero. Dopo quella casa, da quella parte c'è soltanto l'acqua dello stagno. Dall'altra parte invece ci sono i binari della ferrovia, con gli scambi, gli incroci e altri binari che non vanno più da nessun altra parte e finiscono per interrarsi, circondati e sopraffatti dagli sterpi e dalle piante senza nome.
C'è tanto spazio per giocare. Sembrerebbe strano, visto lo stagno da una parte e la strada ferrata dall'altra, ma è proprio così. C'è tanto spazio, che sembra una prateria.
Il posto ideale per fare i bivacchi.

Ci andiamo nel tardo pomeriggio d'estate, quando la luce dura tanto e c'è tutto il tempo per accendere il fuoco e poi al tramonto, anzi un po' prima, apriamo un paio di barattoli di fagioli e li mettiamo a riscaldare sul fuoco. Mangiamo che il sole scende e fa diventare rosso il cielo e anche tutto intorno diventa rosso, anche l'acqua dello stagno. E' proprio bello, ma si sa che sul più bello bisogna tornare a casa. Lungo la strada guardiamo sempre per terra, alla ricerca di tesori nascosti o dimenticati da bande di predoni in fuga. A volte si trovano pezzi di macchina, che so ruote, paraurti, leve del cambio, gli arbre magique. Altre volte si trovano invece macchine, carcasse di macchine, abbandonate e spesso bruciate. Dentro non si riconosce più niente. Tutto sembra fuso assieme. Sono quelle le macchine che mi piacciono di più.
A volte invece camminiamo lungo i binari. Giochiamo a stare il più possibile in equilibrio. Ci sono diversi rischi, come per esempio quando sta per arrivare il treno. Potrebbe essere molto pericoloso.
Ma i pericoli non finiscono qua. Ci sono anche gli indiani. Cioè non sono proprio indiani, ma zingari. I ragazzi del campo nomadi dall'altra parte dello stagno. Per noi, loro sono come gli indiani. Si nascondono dietro i muretti di fichi d'india e poi ci aggrediscono lanciandoci sassi. Ogni tanto ci picchiamo oppure se sono in troppi ce la diamo a gambe e iniziamo a correre come forsennati fino a quando non siamo arrivati a casa.
Il loro capo è un ragazzo più grande. Forse non è più nemmeno un ragazzo, comunque sta sempre con loro e ha la testa enorme, molto più grossa di quella di tutti gli altri indiani e anche molto più grossa della nostra. Gummo dice che quindi è più intelligente, un vero genio del male. Athos invece è del parere opposto, dice che con una testa così grossa e pesante, non potrà che essere un imbecille. A me non interessa, mi sembra soltanto che il capo indiano, che abbiamo ribattezzato Conch'e Mallu, non sia molto contento. Non ride mai, nemmeno quando ci colpisce con i sassi.
Di solito, quando arrivo a casa mia madre è già arrabbiata da un pezzo, mi fa le prediche per il ritardo della cena e quando ci sono per i graffi, i bernoccoli che mi hanno fatto gli indiani. Di solito ha appena finito di dare a mangiare a mio padre, che dopo l'incidente non si muove più, non fa più niente, non dice più niente e se ne sta tutto il giorno seduto sulla sedia a rotelle.
La mamma dice che prima lui era un grande pilota di treni. Quelli superveloci che ogni tanto passano anche qui da noi. Poi c'è stato "quel terribile incidente" come dice sempre lei e da allora tutto è cambiato. Spesso scopro la mamma che piange, sempre di nascosto per non farsi vedere, magari chiusa in bagno, ma io ho imparato a riconoscere il suo pianto. Penso che pianga per il babbo e forse lei è anche più infelice del gran capo Conch'e Mallu. Non ne parlo mai né con lei, né con i miei fratelli che sono due e più grandi di me, molto più grandi me, infatti Eracle si fa la barba già da molto e anche Lea l'ho vista mentre si faceva anche lei la barba, ma alle gambe e quando mi ha visto ha cominciato a urlare e ha sbattuto la porta del bagno.
Questa sera è andata proprio così, proprio come ho appena detto. Un sasso di un indiano mi ha preso sulla spalla e adesso mi fa un gran male. Mentre correvo speravo che la mamma non si accorgesse di niente.
Invece la mamma non c'era e non c'erano nemmeno i miei fratelli, ma loro a cena non ci sono quasi mai.
Era davvero strano che mia mamma non ci fosse. Però la cena era pronta, ancora calda sui fornelli.
L'aspetto un po'. E' ormai buio e tutto mi sembra ancora più strano e la cosa più strana di tutte è che non c'è nemmeno il babbo. Lui non può andare da nessuna parte da solo.
Non resisto più, sono impaziente ed esco anch'io fuori.
Fuori c'è buio e ogni tanto inciampo e metto i piedi nel fango.
Spero di non finire in mezzo alle sabbie mobili o tra le spire dei serpenti, anche se Athos, che sa sempre tutto dice che dalle nostre parti i serpenti non sono velenosi.
Sento rumori, di animali, sento le sirene delle navi petroliere, sento i treni di passaggio.
Poi arrivo proprio sullo stagno. C'è puzza di pesce.
Credo di vedere o vedo un mucchio di cose che possono sembrare bellissime o spaventose come mi sembra di vedere la mamma che spinge la carrozzella con il babbo nell'acqua dello stagno, proprio nel punto con le sabbie mobili. Mi sembra di vederla ma c'è troppo buio. Mi sembra di vedere la carrozzella con il babbo seduto, che affonda. Lui non si muove, sta fermo come sempre e anche la mamma resta ferma come lui. Non fa nessun movimento. Resta ferma in piedi con i piedi nell'acqua anche quando la carrozzella è affondata tutta nell'acqua. Forse continua a restare ferma per ore, per sempre.
Ho paura e corro di corsa verso casa.
Mi metto sotto le coperte e aspetto che lei torni e si metta a piangere di nascosto, come fa sempre, chiusa in bagno.
La mamma dopo un po' torna, ma non si mette a piangere, sta zitta e non mi chiama per la cena.
Forse non è successo niente, del resto, se fosse successo qualcosa al babbo, avrebbe pianto, lei gli vuole davvero bene al babbo.
Allora decido di continuare a stare sotto le lenzuola e aspettare che la mamma si metta a piangere. Non le dirò niente come al solito. Il suo pianto sarà un altro segreto che non dirò a nessuno.
Aspetto.

[soggetto per storia a fumetti illustrata da Francesco Mattioli, Cap.IV, Frontiera, edizioni Black Velvet, 1999]

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