coney island baby

Da qualche tempo ho ripreso a scrivere i sogni. Anni fa era una pratica che facevo con metodo e costanza, ma poi si era interrotta senza un motivo preciso a parte la pigrizia o meglio un'avversione congenita a reiterare oltre un certo tempo. Ora forse ho risolto il problema non ponendomi più l'assillo del rigore a tutti i costi. Così scrivo quando ne ho voglia.
I sogni sono rientrati con forza l'inverno scorso quando eravamo in America. Un dicembre freddissimo, fra i più freddi che mi ricordi. Maria andava in giro con il suo pancione e contrariamente al suo solito non pativa il freddo, anzi spesso sentiva l'esigenza di un contatto fisico con il freddo e allora infilava le mani tra la neve, le infilava come fossero vanghe arroventate alla ricerca di refrigerio. Quei cambiamenti metabolici a volte mi stupivano mettendomi quasi in una condizione di esclusione. C'erano degli aspetti della gravidanza che mi erano assolutamente ignoti, condividevo solo qualche traccia affiorante in superficie e che si manifestava con atti marginali eppure devastanti. Erano i segni della grande mutazione in atto. Il corpo di Maria cambiava in simbiosi con un altro corpo che cresceva all'interno.
Ho iniziato a sognare Marc Eric molto prima che nascesse. La sua faccia era il profilo grafico impresso nella stampa dell'ecografia. Quel profilo veniva elaborato di sogno in sogno, arricchendosi di particolari somatici fino a definirsi in una forma compiuta. Marc Eric in quei primi incontri era abbastanza somigliante a quello che è adesso dopo l'emersione. La grande differenza si incarnava nei suoi occhi. Occhi di gatto alieno. I suoi occhi erano lo specchio delle mie ansie, delle mie paure di diventare padre, di avere un figlio mostruoso, di un mio totale rifiuto o desolante inadeguatezza.
Le ansie prendevano forma nei sogni dove Marc Eric si manifestava come mutante, come posseduto in grado di parlare lingue impossibili e di levitare minaccioso sulla culla.
Quei sogni erano l'esplosione in superficie di una serie di difficoltà personali e ambientali che stavo soffrendo in quel periodo.
Insomma vivere in America non è facile.
Fra i tanti sogni con Marc Eric ce n'è stato uno in particolare che mi ha spinto a scrivere una storia che adesso sto trasformando in sceneggiatura e poi successivamente sarà romanzo disegnato. Parlo molto di me e confesso di provare un pudore imbarazzante nel farlo. Ho cercato un escamotage per prendere un minimo di distanze. Ho travestito i personaggi, ho scambiato ruoli e identità. Così il mio alter ego si chiama Romeo Benetti e fa il traduttore con velleità di svelarsi come scrittore horror, Maria invece ha un'agenzia che organizza eventi matrimoniali e affini. In America queste cose sono molto in voga. Fanno feste per qualsiasi cosa. L'importante è spendere e fare regali.
Ma torniamo al sogno che voglio raccontare. L'atmosfera era quella di un film anni Cinquanta in bianco e nero. Poteva essere anche un episodio di Twilight Zone. Camminavo sulla spiaggia con Maria e anche noi eravamo trasformati in modelli d'epoca. Avevamo quelle facce di giovani vecchi così frequenti in quel periodo. Eravamo vestiti come usavano i nostri genitori. Doveva essere una bella giornata e alle nostre spalle girava allegra la grande ruota del luna park di Coney Island. La ruota e tutto il resto del parco giochi erano quelli dei tempi d'oro. Bellissimi e ricchissimi. Marzapane con guarnizioni d'oro. Era tutto molto bello e la nostra passeggiata si conclude a guardare il mare. Superiamo la passeggiata di legno che attraversa la spiaggia nella sua lunghezza totale e affondiamo i piedi nella sabbia. Non ci togliamo le scarpe. Nere e stringate le mie, aperte e chiare quelle di Maria. Poi ci sediamo a qualche passo dall'acqua dell'oceano e parliamo e ridiamo. Affondo le mani nella sabbia e distendo le gambe in avanti. Noto che anch'io come gli altri uso calzini corti e bianchi. Qualche raggio di sole investe i nostri volti sorridenti. Sembriamo beati e di sicuro lo siamo davvero. Me lo dice il benessere del mio corpo che sogna.
Poi sento una vocina sottile che mi chiama. Sembra una di quelle vocine buffe da cartone animato. Mi piacciono quelle vocine. Mi giro e vedo Marc Eric che ci svolazza intorno. Si libra a poco più di un metro da terra. Ride ed è in festa. Non capisco se è dotato anche di un paio di ali formato libellula. Gira intorno, piroetta e ride con quella vocina che mi piace tanto. Anche Maria sorride. Vorrei prenderlo, vorrei abbracciarlo ma so che non posso, che non è ancora il momento. So con certezza che è venuto per avvertirci di qualcosa d'importante.
Mi sveglio con un'incredibile varietà di sentimenti contrastanti. La solita ansia, la solita paura, lo straniamento e poi una sensazione nuova e inedita nei confronti di un figlio non ancora incontrato. Qualcosa che poi ho scoperto e definito amore.
È stato da quel momento che la storia ha preso corpo.
E ora sta crescendo insieme a Marc Eric in un percorso parallelo. Lo guardo per capire il messaggio che ci ha portato nel sogno. È tutto lì il mistero, il succo della storia. Potrebbe avere anche già un titolo. Coney Island Baby come un vecchio disco di Lou Reed.
Sembra una coincidenza perfetta.
Ma ormai alle coincidenze ci credo davvero poco.



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