| Le
camicie di Morrissey Non
ho saputo resistere alla tentazione e ho comprato You are the Quarry,
ultimo album di Morrissey. La copertina ironica lo ritrae in tenuta da gangster
del periodo proibizionista con tanto di abito gessato e mitra in primo piano.
La faccia è sempre quella con occhi chiari e intensi nascosti da folte
sopracciglia scure. Ha un po' meno capelli ma è un immancabile segno del
tempo che passa, che è passato. E ne è davvero passato tantissimo
dalla prima volta che ho ascoltato gli Smiths.
Penso
che sia una atteggiamento inevitabile ogni volta che si ascolta qualcosa di nuovo
realizzato da qualche santone del rock. Almeno per me che non ho più vent'anni
e che ho ascoltato davvero migliaia di dischi.
You are the Quarry
è un disco confortante, infatti è come te l'aspetti. I suoni sono
quelli, l'armonia pure (ogni tanto c'è qualche accenno a un'inconsueta
modernità campionata) e poi la sua voce, l'aspetto melodico.
Immutabile.
L'immobilismo artistico di Morrissey ha classicizzato la sua opera. I
probabili limiti compositivi sono diventati nel tempo una garanzia di potenza.
La
sua evoluzione artistica è stata comune a quella di altri. Mi viene in
mente un altro grande che adoro e che non ho mai smesso di seguire: Robert Smith.
Anche lui ha un gruppo con un nome semplice e assoluto: the Cure o i Cure come
si dice in Italia. Anche lui negli anni ha deciso di suonare la stessa canzone
con effetti molto simili a quelli ottenuti da Morrissey. Ogni nuova canzone
di Robert Smith è la gioia per i nostalgici e un insulto per i critici
più esigenti.
È dura la vita della ricerca, del nuovo che
si rinnova. Alla fine si arriva sempre alla ballata intimista, al rock degli
esordi, agli sproloqui sulle radici e sulla ritrovata energia. Interviste del
genere hanno sempre affollato le riviste musicali e non solo. Ma in fondo chi
se ne frega.
In queste ultime settimane ho ascoltato davvero molto spesso
questo nuovo album di Morrissey. Ho pensato inevitabilmente alla mia condizione
di quarantenne dopo vent'anni dal primo ascolto del gruppo di Manchester, ho letto
divertito le testimonianze apparse su Rumore a firma di giornalisti, artisti
cantanti che andavano a ritroso in un amarcord che li metteva di fronte alla scoperta
e all'amore degli Smiths. In certe cose mi sono ritrovato in altre un po'
meno.
Quando ho ascoltato nel 1983 per la prima volta gli Smiths avevo
parzialmente superato la fase dell'incomunicabilità, della solitudine esistenziale
acuta, del dolore, della sofferenza sorda e incondivisibile. In quel periodo avevo
deciso che da grande avrei voluto fare i fumetti. Mi stavo scontrando con la necessità
di imparare a comunicare con gli altri e non soltanto a considerare l'interlocutore
come zerbino con cui sfogarmi inondandolo di rabbia e di lacrime. Avevo iniziato
la fase del distacco ironico. Per anni mi sono adoperato in un'operazione fredda
e intellettuale che mascherava e manipolava i sentimenti (non solo i miei). Per
pudore, mancanza di forza, snobismo
Non lo so ancora. Sta di fatto
che David Byrne è sempre stata una figura importante per me. Mentre Bruce
Springsteen e Bono ho cominciato ad apprezzarli (e parzialmente) solo molto anni
dopo. Gli Smiths erano un giardino segreto dove rifugiarsi senza pudori. La
loro uscita sul mercato discografico fu assordante e devastante. Una band che
usava solo chitarre quando imperversavano i sintetizzatori, e poi si vestivano
con camicie colorate in stile paisley psichedelico e poi ancora quel cantante
che si agitava sventolando un ciuffo rockabilly e con un giglio infilato nella
tasca posteriore dei jeans a fargli da pendant
Fu uno shock anche
per me che abitavo a Cagliari, ossia alla periferia della galassia.
In
quell'83 ripresi a usare anch'io i jeans e mi feci crescere per la prima volta
i basettoni. Più o meno come quelli che aveva mio padre negli anni Settanta.
Questi
cambiamenti che per me erano assolutamente pregnanti e significativi, per la maggior
parte delle persone che conoscevo non significava niente. Erano in tanti che erano
rimasti fermi al progressive o al massimo al reggae di Peter Tosh. Erano anche
questi motivi di disagio esistenziale. Comunque troppo poco per portarmi a
un vero cambiamento evolutivo.
Poi gli Smiths hanno inziato a fare dischi
molto brutti, inevitabilmente si sono sciolti e Morrissey ha iniziato la sua carriera
solista con molti bassi e qualche acuto. Questo You are the Quarry mi
sembra davvero un bell'acuto. Nostalgia a parte.
Se incontrassi Morrissey
gli vorrei chiedere di quegli anni, se avevano lui e gli altri della band una
consapevolezza di quanto stessero incidendo nell'immaginario di tanti ragazzi.
Un vero cambiamento non solo estetico ma proprio di atteggiamento.
Morrissey
proponeva un altro cliché lontano sia dalla rockstar canonica che dal fricchettone
barbogio e lagnoso. Morrissey era Morrissey e continua e esserlo anche adesso
che vive a Los Angeles, che ha quasi cinquant'anni e parla dei vicini di casa.
Leggendo i suoi testi ti accorgi di quanto siano raffinati e ironici e al contempo
corrosivi.
Peccato che vent'anni fa mi sono lasciato incantare solo dalle
sue camicie, dai fiori e dalle chitarre.
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