[matita
e sanguigna su carta, 1988] Nel
1988 ho trascorso l'inverno e parte della primavera a Parigi per
stare il più vicino possibile a mio fratello. Era ricoverato all'ospedale
di Villejuif colpito da una grave forma di leucemia. Mia madre aveva trovato casa
a Kremlin Bicetre, un quartiere della periferia popolato prevalentemente da islamici
e cinesi. Era bello andare a fare la spesa. In quei mesi ero diventato gli occhi
e le orecchie di mio fratello. Andavo in giro a Parigi e poi gli raccontavo delle
mie traversate. Quasi racconti da esploratore. Passavo ore in metropolitana. Cercavo
di leggere i giornali francesi, i libri di Clerc e Chaland. Avevo preso l'abitudine
di andarmene in giro con un blocco per schizzi e un astuccio gonfio di pennarelli
e matite. Così quando non leggevo, osservavo i passeggeri e molto spesso
li disegnavo. In quegli anni le stazioni della metropolitana erano anche la casa
di molti barboni. Passavano là sotto la maggior parte della giornata dove
potevano godere del calore del riscaldamento che per me era infernale. Prima di
allora non avevo mai visto una tale concentrazione di senza tetto. Personaggi
e visi sempre intensi nella loro tragedia. Ho cominciato a ritrarli con segni
rapidi e nervosi ed è venuta fuori una raccolta di circa una ventina di
ritratti. Qualcuno l'ho perso. A riguardarli a distanza di anni noto la rabbia
che provavo in quel periodo. Vivevo con un senso d'impotenza permanente per la
condizione di mio fratello e quando potevo la riversavo sul foglio con la matita
grassa usata come un coltello. Stare a Parigi non per piacere, né per turismo,
né per lavoro si stava trasformando in un'esperienza davvero singolare
con picchi di stordimento.
La fine degli Ottanta è stato per me un
periodo d'intransigenza monacale e rigorosa, a volte fastidiosa e imbarazzante
da vivere e accettare che mi ha portato comunque a una presa di coscienza. È
stato infatti proprio allora che ho avuto la limpida consapevolezza che forse
non avrei mai disegnato Topolino.