ladri di lunarie


INDIA
Da qualche parte, lungo il confine tra l'India e il Pakistan. Montagne dappertutto, freddo e neve sulle cime. Incredibile, eppure vicino passa il tropico del cancro. Il passo non è di facile accesso, ma un ragazzo e una ragazza ce la stanno mettendo tutta. Sono occidentali, anche se il loro abbigliamento è un misto tra la tenuta locale e quella da trekking. Hanno l'aria di avere molta fretta. Parlano poco e si guardano spesso alle spalle, come se fossero inseguiti. Un sole abbagliante, secco e gelido illumina i loro bei volti giovani, anche se un po' sbattuti dalla fatica.

ROMA
Autunno romano. Marciapiedi coperti di foglie di ippocastani. Computer acceso, libri e dispense. Lui dietro i vetri che conta le foglie di sotto. Tra le dita ne sbriciola altre. Sono le foglie secche e traslucide della lunaria che sua madre ha messo nel vaso. Sbriciolarle sul davanzale è diventato un passatempo.
Arriva una macchina. Sgomma e poi inchioda in un parcheggio a dir poco improbabile. Dalla parte destra esce Ippolita come una furia. Ha uno zainetto.
Adesso suona.
Suona.
E' sulla porta di casa. E' trafelata. Non risponde nemmeno ai saluti di lui, non risponde ai suoi sorrisi. Gli dice che è nei casini, casini grossi e che lui la deve aiutare. Deve tenere per un po' un pacchetto, lo deve nascondere e non parlarne con nessuno per nessuna ragione. Lui imbastisce qualcosa di simile a una leggera predica, velata di apprensione e lei lo manda a fanculo, lo insulta, poi si pente immediatamente e comincia a piangere. Ha già una sigaretta e se ne accende un'altra. Dice frasi senza senso, almeno in apparenza e lui resta sempre con il pacchettino in mano. Il pacchettino è piuttosto pesante e cerca di indovinare cosa possa contenere. Non gli chiede che cosa contiene. Alla fine lui accetta, lei lo ringrazia e gli dà un bacio, di quelli belli profondi e intensi, poi esce di corsa come era arrivata, assicurandogli che si sarebbe fatta sentire prestissimo appena le acque si fossero calmate.
La guarda di nuovo farsi largo in mezzo alle foglie, mentre si dirige rapida verso la macchina. La vede inciampare e scivolare per terra, la vede rialzarsi con l'espressione del volto contrariata. Dal labiale capisce che sta mandando a fanculo qualcuno che non si dovrebbe mandare a fanculo.

INDIA
I due giovani belli continuano ad avanzare traballanti, superando rocce appuntite o ghiaiose, gravati dal carico ingombrante dei loro zaini pesanti. Soffia un vento fortissimo. Intorno rocce, soltanto rocce e lontano altre rocce coperte di neve. Lui indica un punto solitario e distante. Forse è la loro meta.

ST. MORITZ VAL ENGADINA
Tempi di settimana bianca. Una serata con le vetrine illuminate, i locali illuminati con gente ricca che ride e che beve. Un gruppo di amici, giovani, abbronzati e vestiti come ci si deve vestire. Chiacchiere. Schieramenti, gerarchie, divisioni e malumori. Ippolita è troppo carina, lui è quello strano della compagnia. E' strano perché anche lui è carino, ma non si comporta affatto come i carini, come i bei ragazzi. Sa anche lui di essere un bel ragazzo, ne è assolutamente consapevole, ma è proprio questo che destabilizza gli altri. Si comporta come un gino, come un nerd, come Peter Parker prima di essere morso dal ragno radioattivo, ma forse non è nemmeno così. Ecco lui sembra già avanti con gli anni, cioè non proprio vecchio, ma come se avesse già vissuto. Per dileggio cominciano a chiamarlo il Reincarnato, che però dopo un po' risulta essere troppo lungo per quegli animi ricchi e pigri e così diventa Reinca alla stessa stregua dei vari Popi, Gughi, Tato e stronzi del genere. Reinca è quello che dice sempre no, è il pompiere delle situazioni, quello che annoiato non si annoia mai. E' lì a Saint Moritz con tutti gli altri, perché ci sono tutti gli altri. Alla fine è sempre meglio appartenere a un gruppo o credere di appartenergli. E' molto più facile, si evita di dare spiegazioni in società e ci si può anche astenere dal pensare alla solitudine o ad altri problemi esistenziali. E poi così i genitori, che conoscono i genitori di tutti gli altri, sono più contenti.
Reinca e Ippolita si conoscono da ragazzini. Giocavano assieme, poi lei è cresciuta nel modo giusto e lui no. Il risultato è che Reinca si è praticamente innamorato di lei, ma non gliel'ha mai detto e anzi da anni fa corsi di dissimulazione davanti allo specchio. Reinca è diventato impenetrabile e asessuato. Almeno agli occhi di tutti.
Carlo Alberto è diventato quello che avrebbe voluto diventare lui. Cioè il capo.
In quella sera pallosissima di gennaio di neve e di vacanze, Carlo Alberto, ha l'idea geniale, quella che avrebbe cambiato tutte le loro vite.
Perché accontentarci? Perché fare quello che fanno gli altri come noi? Noi siamo meglio di loro, noi possiamo fare di più. Dobbiamo fare di più perché vogliamo di più!
Fu quella sera che presero tutte le macchine e dopo avere strombazzato come pazzi per le vie lussuose di quella cittadina di merda, si diressero senza indugi a villa Mazzi Oneta, che era sempre chiusa. Sotto l'effetto di qualche additivo diventa facile trovare il coraggio per forzare l'entrata di una villa, per entrare e depredare, sporcare, rovinare, per rubare. E poi di nuovo per la strada a urlare.
Il salto del fosso era stato appena compiuto.
Il rischio e l'impunibilità. Questo era qualcosa di molto simile all'onnipotenza.
Piccoli dei che si innamoravano.

ROMA
Autunno romano. Marciapiedi coperti di foglie di ippocastani. Computer acceso, libri dispense. Lui sbriciola foglie di lunaria sul davanzale. E' tutto come prima, con la differenza che sono passati due anni. Due anni. Quella volta del pacchettino è stata l'ultima che Reinca ha visto Ippolita. Da allora sono passati due anni e il pacchettino è sempre nascosto nella vecchia cassapanca del ripostiglio, dove ci sono tutte le prime annate dei Marvel della Star comics.
Nessuno è mai venuto a reclamarlo e lui non ha mai osato aprirlo.

Nel frattempo lui aveva continuato a dare esami, quasi tutti con ottimi voti. Del resto come sarebbe potuto essere altrimenti, lui era un ottimo studente, dall'avvenire brillante. Un predestinato a trovare un buon lavoro e a fare tanti soldi. Come tutti gli altri.
Gli altri non li vedeva più. Sembravano scomparsi. I genitori di lei erano tornati a Torino. Tutto dopo la partenza di lei.

E ora lei gli aveva scritto. Una lettera che profumava di sandalo, con carta di riso o qualcosa di molto simile, che qui da noi è molto chic, ma che invece da dove arrivava era veramente cheap.
Una lettera, come sempre, destabilizzante. Ritmo lento, pensieri vasti, tracce d'armonia. Sembrava che in quelle montagne dell'India Ippolita avesse trovato una sorta di serenità. Lavorava con i montanari, impastava il pane e mungeva le femmine di yak. Il paesaggio era stupendo e non aveva nostalgia di Roma, dell'Italia e di tutte quelle cose che diceva di avere abbandonato per sempre. La lettera non accenna al pacchetto.
La busta è senza mittente.

INDIA
Sui loro volti stanchi compaiono i sorrisi. La frontiera è molto vicina. Voglia di abbracciarsi. Ancora qualche passo poi la salvezza. Poi un imprevisto.
Soldati da tutte le parti. Li hanno fregati. Ma da dove cazzo sono passati?
Intimano l'alt. Fottetevi. Corrono come possono, con il peso degli zaini sul groppone. E' ovvio, perdono terreno. I soldati urlano nella loro lingua del cazzo. Anche in inglese.
Fiatone, poi lui si ferma di scatto, dà una spinta in avanti a lei, che quasi cade, e poi estrae rapido una pistola. Vattene, presto, corri! Comincia a sparare come un pazzo, urlando come un pazzo. Nella furia ne colpisce qualcuno, poi viene crivellato di colpi. Si accascia inzuppando di sangue caldo la giacca di goretex. Lei fa qualche passo in avanti e forse si è pure pisciata addosso dalla paura, poi viene circondata dai soldati. Lei in ginocchio, mormora frasi di puro stupore.

ROMA
Quando gli alberi si coprono di foglie, non si vede quasi più niente giù sul marciapiede. Reinca ha letto per la centesima volta la lettera nella solita carta di riso spedita da Ippolita. All'inizio non si era accorto che la data era di quasi un anno prima. Nelle prime pagine Ippolita dice di trovarsi nel nord dell'India, in una regione vicino al Punjab. Dice le solite cose che dicono gli ex tossici. Sono al contatto con la natura, con la semplicità delle cose ecc.
Perché non ha mandato anche una foto? Stronza.
Dopo qualche pagina la carta cambia. E' più ruvida, sembra da imballaggio. E cambia anche la data: poco più di tre settimane fa. Ippolita dice che le hanno negato l'estradizione. E' in carcere da quasi otto mesi, le hanno fatto il processo e ora sa di dover restare in India per sempre. Le hanno dato l'ergastolo. Come in Fuga di mezzanotte. Armi da fuoco, concorso in omicidio, troppi chili di oppio addosso. Starà lì per sempre. Non c'è più niente da fare. Le hanno tentate tutte, diplomazia, politica, la chiesa, i soldi. Lei starà lì per sempre.
Reinca ci ha pensato a lungo. Si avvicina al cordless e fa il numero di Carlo Alberto, il capo dei piccoli dei.

NIETSCHE HAUS VAL ENGADINA
La mattina dopo il raid a Villa Mazzi Oneta, Reinca aveva preso la macchina ed era andato alla Nietsche Haus, là vicino. Aveva trovato una stanza e si era messo a studiare. Non voleva avere niente a che fare con quelle stronzate. Li aveva lasciati come delle merde.
Bello il posto, così carico di ricordi e di energia. E' praticamente impossibile non sentirsi più intelligente. La sera davanti al caminetto acceso. Lunghe chiacchiere di letteratura e arte con i custodi, Joachin e Mirella. Lui tedesco, lei siciliana. Marito e moglie. Sembrano felici.
Qualche giorno dopo, durante una passeggiata lungo il lago, verso il picco dove Nietsche ha avuto le sue idee migliori, Reinca viene raggiunto da Ippolita che affanna ancora per la corsa. E' raggiante. L'abbraccia. E tutto si scioglie, tutto si placa e s'infiamma irrimediabilmente. Arrivano anche gli altri. Hanno tutto per il picnic, anche il calumet della pace. E' bello e divertente. Poi sulla stessa roccia di Nietsche, Carlo Alberto fa il suo discorso alla nazione, il suo manifesto ideologico, di piccolo dio e di Ladro di Lunarie. Bel discorso. l'unico rammarico riguarda il tempo. Continua a rimanere com'era, cioè bello. Non compare un temporale improvviso, né tantomeno un lampo a suggellare con enfasi l'acme del discorso.

ROMA
Reinca abbassa il telefono. Carlo Alberto sarebbe arrivato a minuti. Sbriciolando le sue foglioline Reinca ripensa al passato. Dopo l'assalto alla Pfizer Ippolita se n'era andata all'improvviso con Popi. Era passata da lui, gli aveva consegnato quel pacchetto e in fretta e furia era risalita nella macchina parcheggiata malamente. Alla guida c'era Popi. Ippolita se n'era andata così, lasciando tutti, Carlo Alberto compreso. Perché proprio con Popi? Lui non era certo il numero uno, lui era un gregario. Certo il coraggio non gli mancava ed era pure carino, ma poi?
La partenza di lei aveva cambiato tutto. Dapprincipio sembrava che Carlo Alberto volesse ricominciare dopo aver atteso il calmarsi delle acque, e invece in breve tutto si era placato, annichilito. Certo il morto alla Pfizer aveva sconvolto un po' tutti.
E ora quella lettera.

ROMA
Immagini da furti e rapine. La banda dei Ladri di Lunarie scorrazza per la capitale. Gli obiettivi sono farmacie, supermercati notturni e distributori di benzina. Compaiono le p. 38, ma per il momento non muore nessuno.

INDIA
Ippolita si trova in prigione da diversi mesi. E' una prigione diversa da come se l'era immaginata, senza grandi muraglie, senza troppe sentinelle. Fa un po' freddo ma in fondo non ci sta neanche male. La morte di Popi è ormai lontana. La vita scorre lì dentro come in un piccolo villaggio.

ROMA
Gughi arriva sorridente con le divise. Le ha disegnate e realizzate lui, nel suo atelier di stilista emergente. Delle tute bianche in materiale sperimentale. Sono un incrocio tra la calzamaglia di Diabolik e le uniformi dell'Arancia Meccanica. Anche gli occhi di tutti sarebbero diventati come quelli di Diabolik. Tutti avrebbero usato lenti a contatto color ghiaccio. L'entusiasmo è generale. Si beve e si fuma.
Se Carlo è il capo militare, Ippolita è diventata la stratega. Fanno una coppia formidabile. Tutti hanno cieca fiducia in loro. Oggi si parla della grande idea. Basta coi piccoli furti nelle farmacie e le razzie nelle ville abbandonate. Basta con i carichi di pasticche importati dall'Olanda, basta con i miseri traffici da poche decine di milioni. Tanto varrebbe fregarli con la carta di credito dei genitori. Questa volta si fa sul serio. E' lei che ha individuato l'obiettivo, è lei che ha elaborato le vie di fuga e quelle di accesso. Ha calcolato tutto nei minimi dettagli, con una mostruosa lucidità.
L'assalto alla Pfizer è previsto per la sera del giorno successivo, poco dopo l'uscita degli operai. E' una fabbrica nuova di zecca con il campo da tennis e la piscina incorporati. Laboratori farmacologici da milioni di dollari completamente automatizzati. Un principio attivo in lavorazione, una sostanza liquida e trasparente mezzo litro della quale basterebbe a mandare fuori di testa l'Europa intera per settimane. Mille volte più potente di un'ecstasy, mille volte più psichedelica dell'LSD. Per la Pfizer si chiama LY-27R, ma loro l'avevano ribattezzata Lunaria, la droga degli dei.

Reinca ovviamente non partecipa. Sta a casa a studiare, sta a casa a pensare, a cronometrare i tempi.

ROMA
Reinca non vede Carlo Alberto dai tempi della Pfizer. Lui per quella storia si era fatto tre mesi buoni di carcere preventivo, dopodiché l'avevano lasciato andare perché non avevano uno straccio di prova. Poi si era messo ad aiutare il padre nella sua azienda di frigoriferi.
Carlo Alberto sembra intontito. Dopo aver girato un po' intorno all'argomento i due iniziano a vomitarsi addosso tutto il rancore di quegli anni. Tutto viene a galla. L'amore per Ippolita da parte di entrambi, la storia del piccolo dio, del coraggio e della viltà, del privilegio e tutte le altre stronzate. L'unica cosa che conta è che Ippolita resterà chiusa in galere per sempre. A questo punto solo loro possono fare qualcosa. Devono andare a liberarla. Roba da pazzi. In due, in India e poi tu Reinca, che cazzo ne sai di queste cose... ti sei sempre tirato indietro, sei sempre stato un codardo. Reinca sta zitto e incassa, l'altro s'incazza, e allora Reinca ammette. E' vero, è vero, è un codardo... che se l'è sempre menata con la storia della moralità e dell'onestà: l'unica verità è sempre stata che lui aveva paura di morire, di finire in galera. Paura paura. Ma adesso vuole liberare Ippolita.

Carlo Alberto accetta. Accetta tutto senza condizioni. Non dicono niente agli altri. Questa volta non useranno le tute di Diabolik. Bisogna progettare tutto nel migliore dei modi.

INDIA
E' finito il processo. Gli avvocati scuotono le teste, gli interpreti traducono ad occhi bassi. Sua madre scoppia in lacrime, suo padre urla parole incomprensibili in italiano. I funzionari dell'ambasciata cercano di calmarli. Ippolita li saluta per l'ultima volta e scompare dietro le sbarre. Non se l'aspettava. Credeva che la sua proverbiale fortuna l'avrebbe seguita fin quaggiù. E invece quei giudici solitamente così facili alle mazzette avevano voluto pronunciare una sentenza esemplare.

LATINA - STABILIMENTO PFIZER
Il piano entra a regime. I vigilantes vengono minacciati con le p 38 e tramortiti con violenza. Alcuni impiegati ritardatari vengono legati e chiusi nei laboratori. I sistemi di allarme vengono disattivati, si prende a sprangate qualche computer costoso, giusto per divertirsi un po'. La fabbrica è in loro mano. Sono tutti sotto l'effetto di qualche eccitante, l'euforia è al massimo. Si cerca il laboratorio della Lunaria. Ognuno entra in un locale, tutti dispongono di una piantina dettagliata. Qualcuno trova la piscina e si mette a fare il bagno. Ippolita sembra essere arrivata nel posto giusto, vede il flacone della Lunaria. Sta per prenderlo quando sente un grido soffocato.
Per la leggerezza di qualcuno, uno dei vigilantes è riuscito a liberarsi. Ha appena chiamato la polizia e sta minacciando Popi puntandogli la pistola alla tempia. Contemporaneamente fa in modo che tutti gli altri si raggruppino nella piscina. Ippolita vede tutta la scena da dietro le spalle del vigilante, e con calma, molta calma, gli si avvicina. Gli punta la pistola alla nuca e fa fuoco.

TORINO
Carlo Alberto e Reinca sono dai genitori di lei. La casa sembra in lutto. Raccontano quel piano bizzarro e folle. Quelli sembrano impermeabili, catatonici. Dicono che ormai tutto è impossibile. Carlo Alberto dà il suo numero di telefonino. E' un satellitare, gli è costato un occhio, ma prende in tutto il mondo. Se hanno modo di sentire la figlia, gli devono dare quel numero.
Assolutamente.

INDIA
Lei è riuscita ad ottenere che le restituissero un quadernino che teneva tra gli effetti personali. Lo guarda, lo tocca. E' tutto bagnato, chissà dove l'hanno tenuto fino ad ora. Lo apre e trova una lettera di carta di riso, una lettera che aveva cominciato a scrivere tanto tempo fa. Una lettera per Reinca. Le viene voglia di strapparla, di buttarla via, poi invece decide di continuarla. La carta di riso è finita, ma si arrangerà con quella che le vorranno dare. La scrive e la spedisce.

ROMA
Dopo il colpo fallito alla Pfizer l'isteria regna totale. I ladri tornano a Roma, si dividono e promettono vendetta. La Lunaria è perduta, ma ci sarà un'altra occasione. Ippolita sale in macchina con Popi, gli ordina di andare a casa di Reinca. Popi guida come un forsennato, arriva a destinazione e si esibisce in un parcheggio improbabile. Ippolita sale le scale con un pacchettino in mano, poi torna in macchina senza niente. Ormai hanno deciso, scapperanno in India.

INDIA
Carlo Alberto e Reinca imparano a conoscersi, durante la strada, durante il cammino.
Il mondo laggiù è tutta un'altra cosa. Il mondo laggiù è un'immensa frontiera, una linea di confine da dove puoi vedere l'altro mondo. A volte le creature dell'altro mondo varcano la linea di confine e scopri l'orrore o in certi casi l'estasi.
Chilometro dopo chilometro, Carlo Alberto e Reinca diventano amici.
E Reinca confessa. Il grande salto di qualità dei Ladri di Lunarie era stata una sua idea. E' stato lui a progettare il piano di assalto della Pfizer, e a passarlo a lei. E ogni altro colpo è stato per la parte strategica opera del suo genio del male. Lui era il più corrotto di tutti. Carlo Alberto rimane allibito. Non ci vuole credere. Lo riempie di cazzotti. Reinca con il viso sporco di sangue, per terra, accovacciato e inerme. Carlo Alberto non ci vuole credere. Lui con quella sua confessione del cazzo sta distruggendo Ippolita, sta distruggendo tutto ciò per cui l'amava, oltre il suo corpo bellissimo, oltre qualsiasi altra cosa. Reinca era quello che credeva che fosse Ippolita. Lui... maledetto.

INDIA
Lei ha iniziato a scrive un diario. Anzi sono delle lettere, tutte per lui. Per qualche ragione vessatoria e inutile, non gliele lasciano spedire, così queste si accumulano, ma lei continua a scrivere.
Le sentinelle sono diventate viscide e minacciose. Una di loro le gironzola sempre intorno, le dice che se sarà carina con lui le farà fare una telefonata. Ippolita accetta. Non ha mai avuto paura di nessuno, perché mai dovrebbe averne di quel piccoletto sdentato? Arrivano in un lurido ufficio che sembra abbandonato da anni. C'è una branda sfondata, una scrivania di ferro e un telefono. Ippolita alza la cornetta, ma si accorge che il filo è staccato. E il piccoletto le salta addosso, cerca di approfittare di lei. E' tutto confuso, anche lo sparo, il fumo, la luce, la Lunaria nel flacone, Popi, "che ci fai tu qui, vicino al telefono?" Poi il buio.

INDIA
Reinca e Carlo Alberto in cammino. Pericoli, difficoltà. Sembra impossibile, ma stanno vivendo il loro viaggio di formazione, il loro romanzo di formazione. Ne sono perfettamente consci e ringraziano il cielo per questo immenso privilegio. E' inutile parlare degli ostacoli, dei pericoli, dei nemici e delle emozioni. Il romanzo picaresco, il romanzo sulla strada si scrive da sé sull'asfalto o sullo sterrato. Comunque due cose importanti si possono anche raccontare.
La prima succede durante un bagno nell'acqua gelata di un fiume. All'improvviso Carlo Alberto e Reinca si toccano, prima casualmente, poi intenzionalmente. Protetti dall'acqua che disperde i contorni, si cercano e si toccano. I cazzi prima mosci e poi turgidi e lo sperma si disperde, come i contorni, anch'esso nell'acqua.
Dopo non fanno il minimo accenno a quanto è successo. Si rimettono in marcia. Stanno bene.
La seconda cosa, avviene durante la marcia, qualche giorno dopo.
Squilla il cellulare di Carlo Alberto. E' Ippolita. Finalmente. Emozioni, parole forti, intense, segnale distante, segnale vicino. Cose belle, cose irraggiungibili. Non le fanno più spedire le lettere, si trova in un posto orribile e non sa nemmeno lei come ha fatto a trovare un telefono. Poi cade la linea.
Carlo Alberto e Reinca si ringalluzziscono, accelerano il passo con rinnovata energia ed entusiasmo. Sentono che ce la possono fare.
Cercano di chiamare il padre di lei. Prendere la linea è un casino, quei cazzo di telefonini costano un sacco, ma non servono a niente. Finalmente beccano il segnale. Risponde il padre con una voce da morto. Gli raccontano dalla telefonata, quello sembra cadere dalle nuvole, sembra irritarsi senza avere la forza per incazzarsi. Poi trova la forza per dire che Ippolita è morta, si è suicidata. Gliel'hanno comunicato da qualche ora. Tutto è inutile, ragazzi... tornate subito in Italia.
Ma che cazzo dice, guardi che l'abbiamo sentita poco fa. Dev'essere un trucco di quei bastardi. Non sappiamo cosa c'è sotto, ma sua figlia è viva e noi gliela riporteremo a casa.

I chilometri diventano metri e la forza è con loro.

INDIA
Le lettere di Ippolita si accumulano. Si è ritrovata da un'altra parte, forse in un'altra prigione. Non sapeva nemmeno che esistesse. E' enorme e irreale, e questa volta le ricorda veramente Fuga di mezzanotte, e anche le incisioni di Piranesi sulle carceri e qualcosa che non aveva mai visto prima. C'è quasi sempre buio. Non riesce più a trovare il telefono da cui ha chiamato Carlo Alberto. L'hanno cambiata di posto ancora una volta. Pian piano si sta abituando a quella penombra. In fondo non è male. Gli altri che incontra sono stati tutti condannati all'ergastolo come lei, anzi qualcuno ha avuto condanne dalla pena grottesca come 300 anni, 279, e addirittura uno ha 1138 anni da scontare. A volte le viene perfino da ridere.
Fra poco arriveranno e la libereranno. Che bello.

INDIA
Vedono la prigione dall'alto del cocuzzolo. Sembra una fortezza. Hanno tutti i dati possibili. Sanno tutto di quella fortezza. Non resta che applicare quel sapere infinito.
Quella sarà la prima volta per Reinca. E' ovvio ha paura. Anche Carlo Alberto ha paura e glielo dice.
Si tengono per mano. Si abbracciano. Poi vanno.

Tutto diventa film, solo che gli effetti speciali sono pochi e veramente poco speciali.
I rumori dei pugni, degli spari, sono antiestetici e i morti quando cadono, cadono goffi e sgraziati. E' sempre buona la prima. Alla fine arrivano dove dovevano arrivare.
Sembrano uomini del Mossad, ma non sono uomini del Mossad.
Alla fine aveva quasi ragione il padre di lei. Lei è morta davvero, anche se il suicidio è soltanto la ragione ufficiale. La salma è distesa su un tavolaccio di marmo, coperta da un lenzuolo, pronta per essere inviata in Italia. Dubbi, confusione.
A questo punto possono succedere diverse cose. Quella che preferiamo è che Carlo Alberto muoia per ricongiungersi a Ippolita nel suo inferno di penombra.

ROMA
Reinca guarda dalla finestra le foglie secche sul marciapiede. Quanto tempo è passato? Quanti esami avrà dato?
Come se si trattasse di una cosa di tutti i giorni, Reinca si alza, apre la cassapanca e fruga tra i Marvel alla ricerca del pacchetto di Ippolita. In fondo ha sempre saputo cosa contenesse. Lo scarta, tira fuori il flacone, ed ecco qui la Lunaria, la droga degli dei.
Eppure c'è qualcosa che non va. La soluzione non è più liquida, in tutti quegli anni si è come disseccata. Reinca apre il flacone e sorridendo ne fa uscire un mucchietto di squame traslucide, che facilmente si sbriciolano tra le dita.

 

[Trattamenti per la serie a fumetti Ladri di Lunarie di Gabos - Menotti,
Mondo Naif n.7, 8, Kappa Edizioni, 2000]



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