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La tenacia dei Chelsea Boots

Looking at the sky
Il freddo di questi giorni mi fa ricordare altri freddi, altri luoghi. Chilometri di strade da percorrere per attraversare città ancora da possedere. La pratica del camminare a piedi per conoscere e marcare il territorio, un personale processo di assimilazione che mi accomuna ai cani e qualche altro animale. È buffo che abbia paura degli animali. Vago quasi sempre senza cartina, infischiandomene del senso dell'orientamento e della destinazione finale. Del resto le mosche dove vanno? Apprezzo l'ordine e la compostezza di quella moltitudine che sceglie il turismo come professione e che si affida ad agili guide in comodo formato tascabile. Oggi qui, domani lì. Musei e monumenti a raffica fino a confondersi l'uno su l'altro e trasformare le città in un'unica grande cartolina dove il Prado è adiacente al Louvre e Kreuzberg ha inglobato Bayswater. Potrebbe essere davvero bella questa grande città. La si potrebbe percorrere a piedi nella sua totalità. Spock e Data avvistati quasi contemporaneamente a Hong Kong e Bogotà.

Non avevo scarpe adatte per quella camminata sotto la neve di Parigi a febbraio. Scivolavo spesso con la speranza di non cadere. Per un nativo di mare come me la neve rimane ancora quasi un'entità astratta impalpabile con una splendida funzione decorativa. Insomma materiale narrativo da usare in storie magiche affollate di bambini, maghi e fantasmi. Niente renne però.
Alla fine degli anni Ottanta, in pieno revival psichedelico, calzavo stivaletti neri a punta comprati a Camden Town. In gergo venivano chiamati Chelsea boots ed erano più o meno gli stessi che avevano usato i Beatles. Alla fine della loro brillante carriera i miei stivaletti se ne andavano in giro con la suola -la sinistra mi sembra- quasi del tutto staccata dal resto della tomaia. Erano commoventi nella loro tenacia.

Le retourAi tempi di quella camminata a Parigi i miei magnifici stivaletti con l'elastico erano ancora abbastanza giovani con poco meno di un anno di passi all'attivo. Ci tenevo particolarmente a loro e mi chiedevo se la neve li avrebbe potuti danneggiare riempendoli di chiazze indelebili. A rivedermi disegnato intirizzito non mi ricordo molti altri particolari di quella giornata. Le macchine sotto al ponte, qualche altro passante nelle mie stesse condizioni, l'aria fredda, qualche strofa di canzone che mi usciva fumante dalla bocca quasi ad avvolgermi di calore. E poi i passi a punta.

Quando penso alle camminate spesso visualizzo un'immagine mentale che mostra i miei piedi visti dall'alto chiusi nelle scarpe mentre schiacciano il marciapiede. La poderosa varietà di calzature ha spesso scandito lo scorrere delle stagioni e degli anni. Così nell'ultimo soggiorno berlinese mi ero attrezzato con un bel paio di scarponi da trekking.
In quell'inverno il ghiaccio, gelando sui marciapiedi decrepiti di Prenzlauerberg, diventava un'insidia micidiale. Quando invece ho attraversato Parigi a piedi dal Sacro Cuore fino a Villejuif - oscuro agglomerato nella banlieu meridionale - avevo un paio di camper seminuove.

Quelle scarpe hanno storie da raccontare e penso proprio che le starò ad ascoltare. Prenderò appunti, scaverò ulteriormente nella memoria e alla fine, se ne sarò in grado, le metterò per iscritto, magari proprio in questo spazio.

A proposito sono qui per parlare proprio di questo spazio, che poi dovrebbe essere la vetrina del mio sito, un pezzo di diario, un editoriale, comunque qualcosa che introduca e stimoli la visita. Almeno in teoria le parole dovrebbero prendere spunto dall'immagine di copertina. In questo caso il disegno è un mio autoritratto (le retour) iniziato a Parigi nell'88 e finito poi qualche anno dopo.
camminatoreIl ritrarmi mentre cammino è un po' una costante di come mi vedo e di come mi sento. Un camminatore. Il mio romanzo I Camminatori e una mia mostra Diario di un camminatore sono più o meno il mio manifesto programmatico, il mio biglietto da visita e questo sito il mio scatolone di esperienze.

Ho così deciso di offrire quel poco di buono che spero di aver fatto in questi anni nella speranza di condividerlo con quei visitatori che avranno voglia di entrare a farmi visita.
Ho anche la speranza -nemmeno tanto segreta- che questo spazio, che ho battezzato Speaking Corner possa diventare un momento di scambio, di dialogo, una specie di laboratorio che contribuisca a far crescere questo sito.
Per cui se vi va scrivete.

10 gennaio 2004

[archivio speaking corner]

 

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