| Anime
dislocate Quando
sono da qualche altra parte in viaggio mi piacerebbe scorgere in mezzo alla folla
qualcuno che mi è stato caro e che mi rimane caro nonostante sia morto.
Mi piacerebbe vederlo all'improvviso intento a fare la spesa o mentre sale l'autobus.
Non sarebbe poi tanto diverso dal nostro ultimo incontro. Un nuovo taglio di capelli
così come sarebbe nuovo il suo stile nel vestirsi. Mi piacerebbe provare
quella fitta al cuore che sprigiona una possente dose di adrenalina. Sarei emozionato,
commosso ma non mi avvicinerei mai, non cercherei di fermarlo. Anche con tante
cose da dire lo lascerei in pace, libero di vivere la sua seconda volta. Ma la
tentazione di seguirlo sarebbe comunque fortissima e forse lo seguirei. Con discrezione
ma lo seguirei.
I
nati di nuovo li immagino in posti radicalmente diversi dal loro luogo d'origine
e comunque sempre affollatissimi. Metropoli senza nome o con un nome talmente
poco noto da essere ricordato sbagliato. Li immagino vestiti di bianco con giacche
e pantaloni ampi, con gonne ariose, sandali bassi. Spesso userebbero gli occhiali
da sole per ripararsi dal mondo e anch'io li userei ma solo per darmi un tono.
Quasi senza accorgermene scivolerei lentamente in una situazione molto vicina
a un mio romanzo di qualche anno fa, I Camminatori. Anzi sarebbe quasi una risposta
a tutte le domande che fino a questo momento ho lasciato insolute.
Spostarsi,
far perdere le tracce di sé, rifarsi una vita, riplasmare la propria identità,
fingersi morti e poi ancora perdere la memoria volontariamente, assumere l'identità
di un sosia, confondere, confondersi, negare l'evidenza. Fra tutti i nati di nuovo
Tom Ripley rimane un modello irraggiungibile. Giacomo guida un taxi a Bangkok,
Roberto gestisce una piccola fabbrica di tonno in scatola alle Azzorre, Marco
ha un negozietto di foto d'epoca a Buenos Aires, Rosa fa la croupier in un casinò
di Nairobi, Gianluigi vive di pesca in Nuova Caledonia. Tutti vestono di bianco,
tutti non si separano mai dagli occhiali da sole. Nel ciclo di Riverworld di
Farmer i morti finivano da qualche altra parte, in un posto attraversato da un
fiume infinito. I morti precipitavano in acqua e si trovavano fianco a fianco
con altri morti di altri tempi pronti a scannarsi di nuovo, a morire di nuovo.
Le prime due morti successive venivano condonate previa una piccola penitenza
che consisteva nell'iniziare il gioco da capo e dalla parte opposta del fiume.
Con la terza morte si finivano i bonus e mi sembra si morisse senza possibilità
di replica. Ma non ne sono più molto più sicuro. I
miei morti dislocati conducono un'esistenza molto più sottotono se non
mimetica. Per loro non ci sarà ancora un'altra chance. Godono quasi di
un programma di protezione. A pensarci bene questa potrebbe essere la descrizione
di un purgatorio laico. Ci sono i Camminatori, i Dislocati ci sono gli Alieni,
ci sono gli Angeli e ci saranno anche i Demoni senza dimenticare tutte le Creature
della Notte, i Cat People, i Vampiri. È un mondo affollato di creature
di margine. Quasi sicuramente quando s'incrociano si riconoscono, si fiutano.
È come una grande stazione, un grande aeroporto con gente che parte e che
arriva, è come una città in guerra intasata di giornalisti, fotografi,
spie e diplomatici. Si incontrano di nuovo dopo l'ultima guerra abbandonata in
un altro angolo di mondo. Parlano e stanno insieme in un tempo sospeso di un posto
che cambia fisionomia incessantemente. Missili, autobombe, mine, proiettili di
tutti i calibri, puzza di cordite, puzza di sangue, puzza di martini. Loro sono
lì in quanto membri di una società segreta assolutamente esoterica,
parlano inglese e studiano esperanto, nel frattempo comunicano con le antenne. Le
creature di margine accorrono puntuali nelle aree sensibili, si piazzano poco
distanti dai soldati e dai macellai etnici, sono presenze discrete, perfette ombre
diafane che fanno ruotare il mondo e di cui da bambino sentivo un bisogno disperato.
Desideravo essere uno di loro, possedere il segreto, agire nell'ombra, di notte,
conoscere e non rivelare, far parte del grande meccanismo e sentirsene protetti,
invulnerabili. Sapevo che un giorno sarei stato pronto per tuffarmi nel flusso.
Quindi
con fiducia aspetto. 25
02 2004 |