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Prima della pioggia (anteprima)

Non sto più nella pelle. L'idea di vedere Bologna tappezzata con il mio manifesto è assolutamente fantastica. M'immagino in compagnia di una ragazza come si deve per le vie del centro mentre con finto distacco mi accorgo della mia opera in formato gigante che nel frattempo ha invaso la città. Tronfio come un pavone, mi sarei sentito. Invece mi sono sentito un perfetto idiota che avrebbe fatto meglio a non farsi vedere in giro per qualche tempo. Non so chi tra la tipografia o il fotolito è il colpevole, ma comunque chiunque sia ha fatto uno scempio. Le bestie hanno cambiato i colori arbitrariamente tant'è che il manifesto risulta illeggibile e pure fastidioso da guardare. Un esempio di psichedelia involontario.
Una vergogna, un calvario. Ovviamente alla fine l'organizzatrice del festival rock che mi haa commissionato il disegno mi accusa di follia visionaria e non mi paga quanto pattuito.
Da qualche parte, arrotolato, ho ancora qualche copia del manifesto.
A distanza di anni non ho ancora capito cosa sia successo e perché.
A distanza di anni sono ancora molto contento di aver disegnato quel manifesto, anzi contentissimo. A loro insaputa quei taccagni rock'n'roll mi hanno permesso di creare il prototipo di quello che sarebbe stato anni dopo uno dei protagonisti di Apartments.

In quei tempi Jerry Dandruff non sa ancora di chiamarsi così. Non suona la chitarra ma un sax tenore, quasi più grande di lui. La sua band è composta da un bassista robot con annesso un enorme juke box pettorale, e un ragno con baschetto psichedelico che pesta sulla batteria
Non dura perché poco dopo il gruppo si sarebbe sciolto lasciando Dandruff da solo, indeciso se iniziare una carriera solistica o formare una nuova band.

L'anno è il 1986 o almeno così mi sembra. Sto a Bologna da poco ma avevo già fatto quelle amicizie fondamentali che sarebbero durate nel tempo. Quell'estate torrida, e anche la prima senza mare, me la ricordo bellissima e incredibile. Da allora associo il profumo dei tigli di giugno esattamente a quel giugno.
Dandruff nel frattempo impara a suonare la chitarra e riesce a rimettere insieme il suo vecchio gruppo. Durante un concerto in un club molto underground, cioè sfigato, litiga con Psychospider e finisce in una rissa. Dopo la performance tutti e tre vengono cacciati di malo modo dal proprietario del locale. Un tipo cornuto di fatto. Il balordo ha i capelli a banana stile Elvis con un paio di bei cornetti decorativi niente male. La storiella prende forma in alcune strisce a colori che presento alla rivista "Dolce Vita", molto fighetta diretta da Igort e Brolli, anche loro molto fighetti, che puntualmente rifiutano l'idea. Forse troppo poco fighetta per accompagnarsi ai grossi nomi che compaiono su quel mastodonte a periodicità mensile.

È chiaro che ci rimango male. Il rifiuto non fa mai piacere, comunque sia mi accorgo che Dandruff comincia a vivere in un mondo con coordinate precise. Il suo è un mondo di mutanti che vivono esperienze rock'n'roll. In pratica è una metafora di quegli anni, i miei anni di studente fuorisede vissuti pericolosamente. Di giorno studiacchio, scrivo o disegno e poi la sera mi scateno da un locale all'altro. Mi trovo con l'Avvo, mio amico di sempre già da Cagliari, che è il più introdotto e uno dei pochi ad avere la macchina, una R4 che anni dopo finirà incendiata, e poi raggiungiamo gli altri. Gli altri sono composti da Menotti che oltre a disegnare già divinamente è un asso nella falsificazione dei timbri di entrata per le discoteche, Emidio Clementi che non ha ancora ben chiaro se fare lo scrittore o il musicista e poi nel dubbio farà tutti e due, Lisandro, che forse mai avrebbe immaginato di scrivere per la TV, e poi tanti altri che nella vita hanno fatto carriere più serie e rispettabili.

Le serate al Casalone, ubicato nel quartiere popolare di San Donato, sono spesso memorabili, pagine di sceneggiature belle e pronte che poi sono tornate a galla nel tempo nelle mie storie e pure in quelle di qualche altro autore. Mi ricordo le risse, gli ubriachi, le chiacchiere e tanta bella musica.
C'è quello che sembra Tex Willer sempre abbronzato e con gli occhi serrati da vero duro navigato. È una presenza fissa, quasi familiare anche se non ci ho mai parlato. Una sera l'ho visto che vola sul bancone del bar, scivolando a slalom tra una teoria di bicchieri vuoti e pieni. È stato centrato da un cazzottane che per ironia sembra firmato proprio da Tex. Dopo un bell'applauso d'incoraggiamento il nostro amico si riprende, scuote la testa secondo copione e si ributta nella mischia. Volano altri pugni. Volano sedie e altri bicchieri, nonché bottiglie e lattine. Insomma una vera rissa come si deve.

Il Casalone è un mondo a parte, un po' come la frontiera durante la conquista del West. Mai visto una colt 45 per fortuna. Ma qualche sedia spaccata in testa sì, qualche cranio insanguinato, pure quello sì.
Vedere chi fa a botte m'impressiona, ma al contempo mi attrae. Scopro che il rumore dei pugni veri è diverso e infinitamente più brutto rispetto alle sinfonie percussive e vibranti dei film di Trinità. A distanza di anni ho cancellato quel brutto sonoro dai ricordi e tutte quelle risse mi appaiono desolatamente mute.
Come le comiche.

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