| Sulla
via di Tobacco (prima parte) Dovevo
essere al circolo ippico alle 18,30 di ogni giorno dispari, quindi di ogni lunedì,
mercoledì e venerdì. Per arrivarci dovevo prendere la macchina.
Non mi è mai piaciuto guidare. Tanto meno per andare a quel circolo ippico.
E poi tutti quei mesi poi non avevo neppure mai visto un cavallo. Ogni tanto,
a seconda del vento, solo la puzza e in qualche rarissimo momento un nitrito isolato.
Frequentavo quel circolo perché all'interno c'era un ristorante
dove lavoravo come lavapiatti. Il lavapiatti è l'ultimo anello nella ferrea
catena gerarchica della ristorazione. Non potevo dare ordini a nessuno (non che
la cosa m'interessasse particolarmente) ma in compenso dovevo fare tutto quello
che mi dicevano gli altri componenti del personale. Dovevo farlo al meglio e in
più fretta possibile. Chi non ha mai fatto il lavapiatti ha quasi
un'idea romantica di questa professione. Di solito la si associa al primo periodo
nella città dove poi il protagonista della storia avrebbe fatto la sua
fortuna diventando artista, ricco magnate o chissà che altro. La letteratura
è affollata di questi casi umani e pure le biografie. Per me non si trattava
affatto del mio primo periodo. Infatti stavo a Bologna già da 6 anni che
non sono pochi. E non si trattava nemmeno del mio primo lavoro. La realtà
dei fatti era che l'avventura temeraria di improvvisarmi editore e di lanciare
sul mercato una rivista mensile mi aveva rovinato economicamente. In pratica dovevo
restituire dei soldi, pagare i debiti con il tipografo, fotolito e tutti gli altri
della filiera editoriale. Fuego aveva chiuso i battenti nel mezzo dell'estate,
quando fa molto caldo e le facce delle persone sono più belle e più
allegre. La mattina quando in via della Beverara dove c'era la redazione arrivò
il camion per ritirare i bancali carichi delle copie invendute e accatastate eravamo
lì a presenziare. Sembrava piuttosto un rituale o peggio un funerale. Immobili
in silenzio a vedere pile di copie incellophanate e legate volare mestamente nelle
profondità della grande pancia del camion. A ogni volo sentivo una pugnalata
seguita da un frammento di ricordo. Nottate per finire il numero in uscita, viaggi
sgradevoli a Milano alla Rotolito Lombarda per poi consegnarlo finito, furibonde
cazziate di Igor che aveva sempre e comunque da ridire e non sempre a ragione.
Frammenti di ricordi veloci ma assolutamente nitidi. Vivevo e vivo tutt'ora
rispetto all'affare Fuego sentimenti fortemente contrastanti dove convivono fastidio,
rabbia. In verità poca gioia. Il giorno in cui ne parlerò disteso
e pacato, sarà davvero un gran giorno di libertà emotiva.
Ogni tanto mi chiedo quale sarebbe stato il mio comportamento rispetto a Fuego
se non ne fossi stato l'editore. Mi chiedo cosa avrei fatto nel ruolo di potenziale
lettore, se mi sarei unito ai quei circa 3000 appassionati che più o meno
compravano ogni mese la rivista in edicola. Dopo l'esperienza di Fuego mi
sono sempre messo nei panni del lettore rispetto al fumetto che stavo realizzando.
Mi chiedo implacabile se mi piacerebbe davvero comprarlo e leggerlo. Non so se
sia un metodo efficace ma almeno mi fa sentire onesto. Cerco sempre di fare cose
che mi piacciono davvero. Voglio che affiori l'amore e la passione. Sottolineo
l'atto dell'acquisto perché compare, quindi tirare fuori dei soldi diventa
un atto di volontà preciso e inequivocabile. Leggere e non comprare ti
consente una posizione più ambigua e meno compromettente, un'adesione solo
parziale pronta a essere ribaltata e abiurata. Pagare. Stavamo pagando
cara la nostra bella pensata. Il lavoro di lavapiatti in realtà
non si limita solo alla sua forma tautologica, infatti oltre ai piatti c'erano
tutte le altre stoviglie e il rito finale dei bicchieri che si detergevano con
un metodo accurato e specifico in modo che non asciugassero macchiati di gocce
pietrificate di calcare bolognese. Il turno iniziava un'ora prima della prima
ondata di afflusso della clientela. In quel lasso di tempo dovevo apparecchiare
i tavoli e dare una mano in cucina all'aiuto cuoco. Come nei film di guerra pelavo
le patate (per la verità molto male, all'incirca un terzo finiva nel bidone
insieme alla buccia), preparavo le insalatone e assaggiavo la crema pasticcera
ancora calda e frutto degli esperimenti infiniti della moglie del gestore che
si voleva specializzare in dolci sopraffini. I dolci non me li ricordo. Fortunatamente
la crema era quasi sempre buona. Poi iniziava la serata. Il cuoco
non era fisso ma era un po' come una guest star. Ce n'erano due più il
gestore che si alternavano a seconda dei giorni della settimana e ognuno di loro
si portava dietro un menù personale. La clientela cambiava a seconda della
preferenza della cucina dei cuochi. Di solito i cuochi erano due. Avevano
due nomi davvero importanti che li obbligavano a interpretare ruoli importanti.
Gastone era anziano prossimo alla pensione. I suoi modi erano rudi durante la
sessione di lavoro ma poi quando finiva e la tensione si attenuava diventava una
persona quasi amabile con cui ci si poteva parlare, e poi non si dimenticava mai
di prepararti qualcosa da mangiare. Adelchi invece era proprio uno stronzo.
Ricco, snob, ostentatamente checca. Nei momenti di pausa parlava di manicure,
di quei tagli di capelli che costano un sacco di soldi ma che non si notano, degli
scarponcini in pelle di capretto morbidissimi, caldissimi e soprattutto costosissimi
che aveva appena comprato e purtroppo macchiato per via di quell'odiosa neve lurida
che si attacca per le strade del centro mai troppo pulite. Più lo sentivo
parlare e più mi convincevo che sarebbe stato perfetto in qualche ruolo
ne Il falò delle vanità di Tom Wolfe. Era uno che disprezzava
la tua posizione subalterna anche se ogni tanto mostrava segni di magnaminità
riguardo ai problemi del mondo e a quelli dei poveri studenti fuorisede che per
finire gli studi sono costretti a lavorare. Non avevo detto a nessuno
che ero lì per sanare il mio disastro. Ero uno studente universitario che
aveva bisogno di arrotondare. Però Adelchi cucinava bene e gestiva
alla perfezione le orde di clienti esigenti e affamati che affollavano le sue
serate. Il ristorante puntava molto sui piatti con il tartufo e sulla
moda del tris di assaggi. Al cliente venivano offerti più piatti in minima
quantità ma con un prezzo molto più alto. Tutti erano contenti tranne
il sottoscritto. Al ristorante il tris non veniva servito come in tutte le
trattorie in un unico piatto grande ma bensì in tre piattini separati.
Il che significava che nel giro di qualche minuto i camerieri depositavano sul
lavandino pile altissime di piattini da lavare. In contemporanea ai piatti arrivavano
in picchiata le padelle d'alluminio roventi e incrostate di formaggio fuso. Dopo
un ultimo sfrigolio beffardo s'inabissavano nella brodaglia schiumosa del lavello.
Era schifoso. Ho vissuto molti momenti di panico e spesso ero tentato
di sbattere in faccia a quell'arroganza esagerata la padella rovente. Comunque
sia devo ad Adelchi se ho imparato parecchie ricette che propongo tutt'ora in
qualche cena tra amici. Non che lui mi abbia preso da parte e mi abbia insegnato
i suoi segreti. Tutt'altro. A volte sembrava un cospiratore. Ero semplicemente
molto bravo a osservare gesti, movimenti, ingredienti, tempi. Osservare
captare e afferrare sono prerogative indispensabili per il mestiere di narratore.
Sono abitudini che non si dimenticano tanto facilmente. [vai
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