| Sulla
via di Tobacco (seconda parte) Quell'inverno
viaggiavo con un pacco di sale fino nel cruscotto. Quando finivo di lavorare era
molto tardi e i vetri della macchina erano ricoperti di ghiaccio. Buttavo il sale
e poi staccavo la crosta con la paletta. Un rituale fastidioso ma che era l'inequivocabile
segnale che era finita. Almeno per quel giorno. A distanza di tempo sono sicuro
che se avessi vissuto quell'esperienza in ristorante davvero come studente forse
mi sarebbe anche piaciuta, l'avrei presa con molta più leggerezza. Consapevole
della sua transitorietà. Invece la stavo vivendo come una punizione per
una colpa da espiare. Il tracollo di Fuego o meglio la mia dabbenaggine per essere
precipitato in una situazione simile. In tutti quei mesi avevo pochissima voglia
di disegnare, vivevo una sorta di rifiuto per un talento che mi aveva arrecato
più che altro danni e illusioni. Mi ero rimesso anche a studiare, con
poca convinzione. Intanto rifiutavo di accorgermi che anche la mia convivenza
stava lentamente naufragando. Insomma c'erano tutti gli ingredienti per uno
stato di depressione autocommiserante. Quanto di più inutile e dannoso. Ma
si sa che non basta rendersi conto delle cose per poterne prendere le distanze.
A volte ci si sguazza.
Per
quanto mi possa sforzare di quel periodo mi ricordo quasi esclusivamente i piatti
da lavare e le telefonate che m'informavano che c'era sempre qualcosa da pagare. In
quello stesso periodo nei giorni in cui non ero al ristorante m'impegnavo sul
fronte didattico. Era una reazione decisa. A cavallo tra la fine degli anni
'80 e i primi anni '90 i corsi di fumetto non erano così numerosi come
invece sono adesso. Bisognava un po' inventarsi le situazioni. Insegnavo alla
Nuova Eloisa di Bologna. Il mio corso era sulla parte ideativa di un fumetto,
quindi comprendeva sceneggiatura, storyboard e il bacino delle idee. L'altro
mio socio di Fuego, Ottavio Gibertini insegnava disegno. A giorni alterni andava
a raccogliere patate. Alla Nuova Eloisa i ragazzi dimostravano davvero un buon
interesse per le nostre lezioni. Ogni volta che mi sforzavo per trovare le
parole giuste mi rendevo conto che stavo facendo ordine anche dentro me stesso.
Mi stavo rendendo conto in diretta che uno dei migliori metodi per imparare è
insegnare ad altri quello che sai o che credi di sapere. Diventava un flusso
che si autoalimentava e in certi momenti era veramante molto stimolante. I
ragazzi leggevano ancora Pazienza, i più dotati tecnicamente parlavano
dei bei fumetti di Batman e gli appassionati dei manga erano davvero rari, anzi
rarissimi. Le ragazze disegnavano Snoopy, che spesso un po' più alto del
normale. Era bello comunicare con altre persone problemi di scrittura, idee
narrative e cercare di risolvere gli intoppi, le difficoltà. Era bello
vedere i progressi e intuire che qualcuno di loro avrebbe potuto andare avanti
e farsi largo. Come avrebbe fatto qualche anno più tardi Karin Andersen
che dopo un'esperienza di letterista per Granata Press è esplosa come pittrice. Mi
sentivo utile. Mi sentivo come dr. Jekyll e Mr. Hyde. Di giorno insegnavo e
di sera lavavo i piatti. Due aspetti sociali distinti nella stessa persona, la
convivenza del doppio. Una
sera, mentre tornavo a casa in macchina, da cui avevo come sempre asportato lo
strato di ghiaccio, mi viene da pensare ad altro che non fosse la strada. Dopo
una serie di movimenti meccanici, di svolte apparentemente abituali mi sono trovato
in un posto che conoscevo. Sembrava un cantiere o una cabina dell'elettricità
in disuso. C'era del materiale di costruzione sparso, cavi sparsi, illuminazione
potente e gialla. Da una torretta di struttura metallica intrecciata penzolava
un cavo elettrico da cui fuoriuscivano scintille gracchianti e minacciose. Quel
teatrino dava l'idea che da un momento all'altro il cavo serpente avrebbe potuto
aggredire la macchina per farsi largo fino a me. Sono rimasto bloccato. Sentivo
che il panico si stava impadronendo delle mie reazioni. Avevo questa sgradevole
sensazione di una fine imminente. Come se mi dovesse succedere qualcosa di molto
brutto e in un modo davvero molto sciocco. Sono rimasto fermo in macchina a
osservare quello scenario elettrico. Puzzavo di fritto, di padella, di detersivo.
Respiravo pesante e l'alito caldo si depositava sui vetri gelati appannandoli.
La visibilità diminuiva inesorabilmente e il mio senso di protezione aumentava
in proporzione. Un esempio lampante della filosofia dello struzzo. Ciò
che non si vede non esiste. È stato in quel momento che invece ho cominciato
ad avere le idee più chiare. Volevo vedere. Nonostante tutto volevo
essere quello che ero, io volevo essere un autore di fumetti ed era quello che
dovevo fare. Tutto il resto erano momenti di passaggio, eventi in transito. Apro
il finestrino, lascio entrare l'aria gelida che si abbatte asportando la patina
protettiva di vapore. Riacquisto la visibilità all'esterno. Mi muovo e
mentre fuggo forse addirittura sgommando do un'ultima occhiata al serpente elettrico.
Non si era mosso, ma continuava a gracchiare sputando scintille. Come per dirmi
che quello era il suo posto, la sua tana e che io ci sarei potuto cadere di nuovo.
La storia che si ripete. Io invece avevo preso la decisione di lasciarmi alle
spalle quel periodo di merda per sempre.
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