| Sulla
via di Tobacco (terza parte)
In
una di quelle serate troppo buie e troppo fredde dell'inverno bolognese incontro
a una fermata dell'autobus Roberto Ghiddi. Lo conoscevo poco e a volte quando
s'incontra una persona che si frequenta di rado si fa presto a precipitare nell'imbarazzo
e in quei momenti in cui cerchi di tirare fuori qualche argomento di conversazione
covi il desiderio ossessivo che passi l'autobus. Non importa se sarà il
tuo o il suo, l'importante è che qualcuno dei due se ne vada. E invece
non passava proprio nessun autobus.
Più che due persone sembravamo
due personaggi acchiappati da qualche striscia umoristica. Due omini intirizziti
che a volte battono i piedi tremanti in uno scenario talmente offuscato dalla
nebbia da essere appena abbozzato. La testa di Ghiddi era in gran parte sprofondata
nella sua sciarpa avvolta a ciambella. Non se ne separava mai, come Linus dalla
sua coperta e Tex dalla sua camicia gialla. In quegli anni Ghiddi era l'art director
della Granata Press, nonché socio di Luigi Bernardi, l'editore.
Fare
l'art director è spesso un bel mestiere che dà lustro e soddisfazioni.
Anche economiche. Invece Ghiddi sembrava un condannato. Pessimista, inveiva contro
il mondo e soprattutto contro la gente con tanto di nomi e cognomi e dalle sue
parole dal caratteristico accento modenese sembrava che da un momento all'altro
si arrivasse al tracollo dell'editoria. A dirla tutta la profezia del tracollo
dell'editoria a fumetti era stato uno dei primi argomenti di discussione a cui
avevo partecipato, seppur con una posizione passiva, non appena arrivato a Bologna.
Annunciare la fine sembrava lo sport preferito di tutti, quasi che predire catastrofi
conferisse a quegli oracoli della sventura anche la patente di iniziati, di eletti
esclusivi che sapevano davvero come andavano le cose dietro le quinte. E noi giovanotti
ambiziosi e babbei ce ne stavamo muti ad ascoltare rapiti e preoccupati, se non
rassegnati. Uno dei più assidui in quei vaticini catastrofici era senz'altro
Daniele Brolli, e la sua splendida verve distruttiva non gli è mai venuta
meno con l'andare del tempo. Anche Ghiddi era uno dei più agguerriti disfattisti. A
distanza di anni è vero che molte case editrici hanno chiuso, che un buon
numero di fumettisti non naviga nell'oro, che il panorama editoriale italiano
è a dir poco scarno, eppure siamo ancora qui a lanciare sul mercato nuovi
progetti (quasi) con le stesso entusiasmo degli esordi. Il che non è poi
così poco.
Ma torniamo a quella fermata dell'autobus, mi sembra
quella del 14 in via Ugo Bassi, Bologna centro. Esaurite quelle due o tre riflessioni
sul freddo e sugli autobus che non passano bisognava trovare un argomento neutro
che reggesse una conversazione superficiale. Il fumetto per esempio. Non
avevo proprio voglia di parlare del dopo Fuego, dei piatti da lavare, dei debiti.
Mi sarebbe piaciuto parlare di calcio. Ma non sapevo ancora che anche Ghiddi fosse
tifoso. E allora non restava che arrendersi e parlare di fumetti. Speravo che
non avrebbe rivangato la mia tragica esperienza di letterista per il numero 1
di Wolverine della Play Press. A distanza di anni mi fa sempre ridere.
Conoscevo
parecchie persone che facevano i letteristi, un lavoro come un altro, utile per
giunta, del resto le parole all'interno dei balloon mica si scrivono da sole.
Qualcuno crede che sia l'autore dei testi a scrivere nei balloon. Sarebbe una
cosa logica ma non è così. Almeno non era così fino a poco
più di dieci anni fa. Il ruolo del letterista è decisivo per una
buona lettura di un fumetto. Se un lettering è brutto, fastidioso, sgraziato,
il lettore non è certo invogliato ad andare avanti con la storia. a me
piaceva tantissimo il lettering di Magnus, largo e quadrato. Se lo faceva da solo
usando una tavoletta con i binari che gli davano sempre l'altezza giusta delle
lettere. Magnus era uno sperimentatore anche con gli strumenti da lavoro, prendeva
i pennarelli e gli rifaceva la punta con la lametta, in modo da avere una penna
assolutamente unica e duttile. Meglio di un pennino. Il lettring che invece proprio
non sopportavo era quello de L'intrepido e del Monello. Era fatto a macchina con
i caratteri freddissimi e impersonali. Lei testi delle storie mi apparivano immediatamente
poco interessanti, quasi che Billy Bis e Lone Ranger non fossero veri fumetti.
Per anni il ruolo del letterista è rimasto nell'oscurità
dell'anonimato. Non compariva mai nei credits delle storie. A dire il vero per
tanto tempo non comparivano nemmeno i nomi degli autori. C'era solo scritto in
alto il nome dell'inventore del personaggio e basta. Poi con I Marvel Corno iniziarono
a comparire il nome dello scrittore, quello del disegnatore e quello dell'inchiostratore.
Ogni tanto chi compilava il rettangolino dei credits si lasciava andare e allora
comparivano ruoli come "abbellitore", "rifinitore" che lasciava
intendere che il disegnatore in quel mese trovandosi in netto ritardo di consegna
si era fatto dare una mano da qualche collega. Bisogna aspettare i Marvel
della labor e poi della Star Comics per avere un quadro completo dei credits che
oltre al letterista comprendeva anche il colorista, il traduttore e l'editor responsabile
di testata. A volte non sembra ma ci vuole un sacco di gente per fare un buon
fumetto. Così il letterista è diventata una vera e propria professione.
I lettori più attenti riconoscono un lettering dall'altro, esprimendo gradimenti
e bocciature, tant'è che da qualche anno a Lucca Comics è stato
isituito il premio anche per il miglior letterista. Certi letteristi, come
Andrea Accardi, sono diventati dei veri e propri virtuosi. Del resto Accardi è
anche e soprattutto un eccellente disegnatore. Alla fine degli anni '80 non si
usava un comodo font memorizzato nel tuo computer ma strumenti manuali come il
pennino o il rapidograph. Per i fumetti italiani, si attaccavano delle peccette
di carta sui balloon, su quelli d'importazione s'incideva direttamente sulla pellicola
del nero. Wolverine essendo un fumetto Marvel era chiaramente d'importazione,
quindi il lettering si faceva con il rapidograph. Punta 0,2 per i dialoghi normali,
punta 0,4 per i dialoghi in grassetto, più o meno quando si urlava o si
diceva qualcosa da enfatizzare.
Io possedevo proprio quelle punte di rapidograph
e anche tanta voglia di lavorare. Sapevo che alla Granata press avevano bisogno
di letteristi (me l'aveva detto Menotti che si baloccava a letterare gli albi
di Iron Man). Così li chiamo e mi passano Ghiddi, che mi conosce nonostante
i miei pochi fumetti realizzati e mi affida in prova il numero 1 di Wolverine
che doveva uscire entro qualche mese. Granata Press aveva appena iniziato la sua
attività come service editoriale e tra le altre commesse curava le testate
per la Play Press che dalla fine degli anni '80 era diventata la principale concorrente
della Star Comics per quanto riguarda il ritorno dei supereroi nelle edicole. Carico
di speranze mi presento alla vecchia sede di Granata Press, in via Marconi 3,
una grossa arteria del centro costruita negli anni Cinquanta con i portici moderni
e squadrati, tante banche e tantissimo traffico.
Mi è sempre piaciuto
entrare in una redazione ed essere investito dalla frenesia del lavoro. Tutti
sembrano indaffarati in qualcosa di davvero importante. Tutti sembrano che sia
una questione di vita e di morte. Almeno in quel momento. La parola che senti
di più è: ritardo. Entri e rimani confuso se guardarti intorno o
startene seduto (quando c'è una sedia libera) ad aspettare. È un
po' come oltrepassare lo specchio e andare dall'altra parte. Non sei più
davanti alla pagina ma dietro. Poi quando ti trasformi in autore ti trasformi
nella pagina stessa. Diventi contenuto.
In via Marconi 3 c'era puzza di
fumo perché là dentro fumavano quasi tutti e comunque Ghiddi, Bernardi
e Fornaroli erano più che sufficienti ad ammorbare l'aria. Ghiddi si
gira sulla sedia girevole e abbandona lo schermo del suo Mac per raccontarmi un
po' come funziona la vita del letterista. Lui ha una grande esperienza di letterista,
ma non solo. Ha fatto di tutto. In quel momento mi sembra un guru della produzione
editoriale. Lui di sicuro sa come stendere l'acquerello, sa come riuscire a fare
una campitura con il pennarello pantone perfettamente piatta che sembra una pagina
di Topolino, lui sì che saprà far rendere al meglio il nero di un
fumetto stampato su carta spesso anche scadente. Apro bene le orecchie, prendo
qualche appunto e poi torno a casa già disperato per la scadenza che era
davvero stretta, anzi strettissima.
Fino all'avvento del computer il letterista
agiva così: tracciava su un foglio di carta le righe che servivano come
guida per le parole, poi leggeva la stampata del testo confrontandolo con le stampate
delle tavole con i disegni. A ogni balloon corrispondeva una lettera identificativa
e una pagina di corrispondenza. Di solito venivano segnate con un pennarello dalle
tinte squillanti che andavano dal rosso al giallo fluorescente. Si segnavano
dubbi e dimenticanze del traduttore e poi s'iniziava con il rapidograph direttamente
sulla pellicola. Il fatto era che fino a quel momento avevo sempre fatto il
lettering su carta e per giunta prima a matita e poi a china. Sbagliavo di meno.
Il
risultato di quella prova per Wolverine fu disastroso. Linee storte, parole che
si restringevano con l'approssimarsi del bordo del balloon, segni poco nitidi,
lettere disuguali. L'unico fattore positivo fu la mia puntualità nella
consegna. Ghiddi dopo qualche bestemmia passò una razione abbondante
di benzina sugli sgorbi d'inchiostro del mio rapidograph cancellandone ogni traccia.
Mi liquidò con un -va' mo' a casa Mariotto. La mia carriera di letterista
era finita sul nascere. Era inutile girarci intorno, i fumetti mi piaceva farli
e non stare dietro a quelli degli altri.
Spesso momenti simili annichiliscono
ulteriori contatti di lavoro, ne va di mezzo la stima e l'orgoglio. E così
fu nei mesi successivi, non ricevetti più nessuna chiamata dalla Granata
per fare lettering, traduzioni o rubriche di quarta di copertina, ma perlomeno
con Ghiddi c'eravamo lasciati bene. C'eravamo simpatici. Meno male. Così
quando mi chiese a bruciapelo: - Ma dimmi un po'
ti farebbe così
schifo lavorare per noi? Non pensai nemmeno a cosa avrei dovuto fare e accettai
subito. Avevo capito che si trattava di un lavoro come autore e non da letterista. Mi
disse di passare in redazione. Poi passò anche l'autobus. Forse era
il mio. [vai
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