| totally
americanized 
0.
Just landed Non mi ricordavo Frank così alto e grosso. In effetti è
da quasi cinque anni che non lo vedo. È lì che mi aspetta avvolto
in una giacca a vento nera. Basta questo dettaglio per farmi capire che ad attendermi
fuori ci dev'essere anche un gran freddo. Ed è proprio così.
Roba da congelarsi sottozero, più o meno come due anni fa quando ero arrivato
a Berlino per continuare le ricerche su Vittorio De Scalzi. Quella volta però
a prendermi c'era Angela, che, a differenza di Frank, è molto minuta.
Ci abbracciamo, ci salutiamo e ci diciamo qualcosa sul Natale appena trascorso
e sulla tempesta di neve che gli esperti annunciano implacabili giusto a ridosso
di Capodanno. Noto quasi subito che Frank in questi anni ha usato poco l'italiano,
fa una certa fatica a trovare le parole giuste e in più gli sta venendo
un accento buffissimo, che comunque non richiama i vari Don Lurio, Eather Parisi,
o i mafiosi di Coppola. Dentro al suo fuoristrada fa un caldo pazzesco e
pure il volume dello stereo è pazzesco. Stessa musica che in Italia.
Facciamo ponti, circonvallazioni e stradoni che lentamente ci fanno uscire da
New York costeggiando Queens. Partiamo che c'è ancora luce, poi New York
si accende piano piano. Mentalmente cerco di seguire la pianta della città
che ho studiato durante il viaggio in aereo. Guardo fuori e quando vedo le prime
limousine nere con i vetri oscurati che si affiancano placide e pacchiane a una
colonna di trucks colorati e sbuffanti, mi rendo finalmente conto di essere in
America. I cartelli stradali con le distanze segnalate in miglia fanno il resto. Frank
abita a Valhalla un posto residenziale poco fuori White Plains. Foreste a perdita
d'occhio, una diga tirata su alla fine dell'ottocento, un drugstore e la fermata
del bus. Anche lui, come tutti gli altri della zona, ignora la ragione per cui
Valhalla si chiami così, proprio come il paradiso dei Vichinghi. Comunque
di eroico e sacrale non c'è assolutamente niente. Piuttosto come quasi
tutto il resto che vedo mi ricorda il set di un film. L'America ha un immaginario
schiacciante. Dopo qualche tornante, la facciata decorata del ristorante cinese,
l'Imperial Wok, il dunkin donuts con macchine ben parcheggiate intorno, approdiamo
in una serie di stradine ordinate e squadrate con tanto di case con giardino.
Anche casa di Frank ha il giardino e pure la cassetta della posta come nei cartoni
animati. L'insieme mi ricorda certe commedie con Jerry Lewis, Rock Hudson girate
in technicolor con pompa guizzante, cuccia per il cane e tagliaerba che ti sale
sulle scarpe da tennis immacolate. Peccato che sia inverno e la neve abbia completamente
sommerso e nascosto l'erba del prato curata alla perfezione. I genitori sono
partiti da due giorni per andare a trovare in Italia Anna Bianca che ha un anno
più di Frank ma che a quanto pare sembra sempre una ragazzina. Vive a Bologna
ma non ci siamo mai visti. La mamma si è data molto da fare per lasciare
provviste e manicaretti custoditi nel congelatore. Credo proprio che non moriremo
di fame. Ti va un espresso, uno vero? 5.
Waiting for the ferry Mi piace aspettare il ferry che va a Staten Island.
È gratis e sembra di stare alla stazione. C'è una hall enorme con
tanto di panchine sporche, un grocery e un chiosco di giornali (poca roba e ovviamente
niente fumetti). Sono attratto da quei pretzel fumanti che un pakistano minuscolo
e baffuto avvolge nelle salviette. Sono attratto da un agglomerato pachidermico
che vive su una panchina a lato. Forse puzza o magari ha un caratteraccio, comunque
tra lui e gli altri c'è solo il vuoto. Non riesco a togliergli lo sguardo
di dosso. Libbre di grasso immerse in strati di stracci lanosi e circondate da
buste di supermarket ripiene di ciò che quasi sicuramente sono i suoi effetti
personali. È un nero ma il mio acume non mi aiuta a capire se si tratta
di uomo o di donna. La pianto, devo farmi i cazzi miei. Allora mi guardo intorno
e vedo altre facce, altre scarpe. Facce che potrebbero essere italiane, cagliaritane,
bolognesi, facce che mi sembrano assolutamente familiari. Potrei essere ovunque.
Stazione di Nis di notte, puzza di sandwich al formaggio di caffè turco
e di sigarette balcaniche, uno lungo lungo con i baffi mi si avvicina si presenta
come Doctor o Doktor e mi canta le lodi della Lamborghini il suo sogno proibito.
Adesso mi sembra di rivederlo lì, vicino a me con un impermeabile di pelle
nera e lucida, intento a leggere il Times. Un po' di forfora sulle spalle e un
leggero principio di calvizie. Due ragazzine piegate in due dallo zaino carico
strisciano a terra i loro bei pantaloni a zampa. Ridono che è una meraviglia.
Quella biondina mostra i denti ingabbiati dall'apparecchio, l'altra lacrima. Tanta
Bologna. Mi sembra di viaggiare stando fermo. Basta ruotare leggermente il collo
e avvicinarsi con lo sguardo. Quasi quasi vorrei che il ferry non arrivasse mai.
Poi noto una che ha in testa un cerchietto con le corna di renna. Sembrano di
cartone vellutato. Mi ricordo anche che Ina me ne aveva chiesto un paio come souvenirs.
Mi armo di coraggio e mi avvicino alla renna. Non mi piace essere preso per uno
di quelli che allacciano le ragazze. Fortuna che la renna non è affatto
stupita del mio approccio goffo e anzi mi dà pure l'indirizzo del negozio
dove ha comprato le corna. Le faccio fare lo spelling e me lo segno. Proprio in
quel momento il ponte levatoio si apre come le fauci della balena di pinocchio.
Branchi di pesci pendolari e una giovane renna si precipitano per farsi inghiottire.
Li seguo con entusiasmo. 8. Union jacket
Accatastati per terra o alla rinfusa dentro grosse ceste, non posso fare a meno
di notare una serie di bei giubbotti carharrt. Sono tutti XL e davanti sono ricamati
da scritte, nomi, pubblicità di compagnie di costruzioni. Caratteri svolazzanti
che ricordano le camicie da bowling. Lera Lectric Co., Ferruccio Building
Ltd., De Caro Industries. Un tempo qualche loro nonno o bisnonno sarà
stato italiano. Più che un negozio vero e proprio, sembra un laboratorio
ampio e disordinato. Anche se si è al chiuso c'è freddo lo stesso
e le luci al neon troppo bianche contribuiscono in qualche modo ad aumentare quella
fastidiosa sensazione di gelo. Addossata a una parete la macchina inizia a
cigolare, a funzionare. Il rumore ricorda quello di una vecchia stampante ad aghi.
E del resto di aghi si tratta. Aghi che ricamano sul bomber di nylon, nome, sindacato
d'appartenenza e ditta appaltatrice. Tutto sommato è un lavoro semplice.
Basta fare due cosette al computer e lanciare la stampa al dinosauro ad aghi.
Il titolare, avvolto in una giacca di cuoio nero, con una mano armeggia con il
mouse e con l'altra giocherella con una bella mela verde e lucida. Poi l'addenta
e mastica bene. Ha di quelle facce che ti sembra di aver visto in un mucchio
di film. Fa sempre il caratterista. Una volta guida un taxi, un'altra con un cappello
con la piuma calato sugli occhi strozzina due negri sfigati tirando il prezzo
del crack, e poi ancora scende in canottiera giù in strada dopo che hanno
messo a fuoco la casa dei vicini messicani. Ogni tanto fa la parte dell'avvocato
corrotto o del gallerista furbo. Il problema è che non riesci mai a inquadrarlo
esattamente in un contesto preciso. Sembra quasi un'icona. La confusione aumenta
quando si dà uno sguardo sulla stessa parete dov'è sistemata la
macchina. Strati di foto, ritagli di quotidiani, di rotocalchi, autografi, targhe
in latta. E lui che sorride, che abbraccia una specie di Farrah Fawcett e
poi cinge da dietro una vecchietta, sorridente tra due poliziotti con i rayban
e ce li ha pure lui ma sollevati sulla fronte che stava già iniziando a
stempiarsi. Quanti capelli aveva invece ai tempi di Starsky e Hutch e pure la
barba, un telefilm perfetto, com'è perfetto stravaccato sulla sdraia mentre
dà uno sguardo a un quotidiano, forse il Financial Time o magari La Gazzetta
dello Sport. Fa la sua bella figura mentre schiamazza con tanto di cartello al
collo in mezzo a un corteo di protesta. La conferma che sia un tipo famoso la
si ha quando finalmente si arriva all'ingrandimento a colori con il flash sparato
che lo esalta calato in un pefetto gessato da mafioso mentre stringe sorridente
la mano al sindaco Rudolph Giuliani. Hanno pure la stessa cravatta orribile, azzurro
telegiornale. Sulle numerose targhe di latta il suo nome è messo bene
in evidenza. Alfredo De Marzio. Al De Marzio, come lo chiamano tutti,
chiacchiera strascicando le parole. Non sa una parola di italiano, anche se si
professa italiano. Dice che ha qualche podere piantato a pomodori in un posto
che, dopo sforzi, decifriamo come Irpinia ma che non ha mai avuto il tempo per
andarci. Sapete il business... ma com'è laggiù? Si vive bene?
Intanto finisce la mela, guarda il torsolo e poi lo butta nel bidone traboccante
di cartacce. Nel frattempo gli aghi continuano a lavorare a pieno ritmo, sentenzia
che entro qualche minuto il giubbotto sarà finito. E allora dice tutte
le frasi giuste, che riguardano il freddo dell'inverno a Staten Island, del bel
sole del campo di pomodori, che è stato più volte tentato a mollare
tutto e di andare in Italia, che vivrebbe bene perché in tutti questi anni
ha messo da parte un bel gruzzoletto (gesto di soldi con le dita), ma poi al momento
del dunque ci ripensa, ne parla con la moglie e torna buono buono in negozio.
Fa seguire una lunga pausa da attore come si deve e che avrebbe meritato ben di
più che i soliti ruoli infami. Aspetta quasi che i suoi interlocutori,
cioè noi gli facessimo qualche domanda. Invece stiamo zitti e immobili
cercando di economizzare il calore corporeo. E allora ce la dà lui la risposta.
'Cause I'm totally americanized. E mi chiedo perché in questo momento
la regia non lanci il riff di Born in the USA di Springsteen. 13.
La mazurka di periferia Mount Vernon è un po' più a nord del
Bronx, ma non ha niente a che fare con la sua fama sinistra. Come tutta la contea
di Westchester è immerso nel verde. Enormi boschi di conifere coperti già
da qualche giorno dalla neve. Un posto tranquillo come Valhalla del resto. A Mount
Vernon c'è il Café Europa, dove il mercoledì si balla. A
parte la scelta inconsueta per una serata danzante il locale è frequentato
dagli intenditori del cappuccino o dell'espresso e dai nostalgici della musica
italiana. È stato al Café Europa che ho capito finalmente il
senso di Bocelli e la vera essenza di Al Bano e Romina. Fino a quel momento non
riuscivo a immaginarmi chi potesse avere la faccia così tosta di entrare
in un negozio di dischi e chiedere al commesso attonito: scusi ce l'ha il ballo
del qua qua? Ero assolutamente convinto che Bocelli avesse avuto successo
semplicemente per un'operazione di bieco marketing, che faceva leva sul suo handicap
per suscitare un pietismo grossolano del solito pubblico beota. E invece ho
capito mentre guardavo coppie di emigrati cinquantenni che ballavano divertiti
e accorati canzoni lontane trasmesse oltre vent'anni fa dalle prime radio libere
o altre, ancora molto più vecchie, suonate alla fisarmonica da mio padre
in canottiera nelle domeniche d'estate. John
Gianni guida quasi in silenzio. Ovviamente fa molto caldo anche dentro al suo
fuoristrada. Lavora alla Coca Cola, controlla la produzione, vigila sulle bottiglie
e sulle lattine. A togliere qualsiasi dubbio sulla natura del suo impiego, si
presenta per la serata addobbato con il completino d'ordinanza: giubbotto rosso
con logo bianco e berrettino da baseball anche questo griffato. I quintali di
neve scesi qualche giorno prima fanno da sfondo alla sua figura giovane e robusta
che mi appare come un Santa Klaus quando non aveva ancora la barba. Del resto
Natale è appena passato e nei giardini fanno ancora bella mostra luminarie
rampanti, cervi intermittenti, angioletti al fosforo e addirittura un Clinton
a tutto denti ma senza sassofono. Mi
aspettavo un posto gravato dal peso schiacciante della nostalgia. M'immaginavo
poster di Totò, della Loren, del Vesuvio, della Nazionale e della Ferrari,
m'immaginavo un arredamento che racchiudesse lo spirito dei vecchi bar di Genova
e di Palermo con le sedie di plastica colorata e intrecciata, il gelato piper
e la cedrata tassoni, m'immaginavo di trovare insomma l'Italia confortante di
quand'ero piccolo. E invece niente di tutto questo. D'Italia ci sono le bottiglie
di Amaro Averna messe in fila, ci sono le bottiglie da 33 cl della Peroni affiancate
a quelle della Bud e della Sol. E al posto d'onore troneggia ovviamente una bella
macchina del caffè. Il resto è spoglio, disadorno come quei
brutti bar di periferia, grandi per niente, frequentati da camionisti scazzati
che fumano stando in piedi. Pareti desolatamente spoglie senza niente di appeso
a raccontare almeno un po' di storia. Belle bianche appena tinte con la base grigio
perla. Come se si fosse voluto cancellare anni di brutti ricordi. Flash improvviso.
Una donna con gli zatteroni che viene spinta contro un tavolino che si rovescia
trascinandesola a terra e poi uno secco secco con la polo a righe che si schianta
contro il muro crocifisso dai proiettili. Sangue che cola, che sporca il muro,
che odora forte mischiandosi all'aroma del caffè e l'angelo azzurro di
Umberto Balsamo risuona con troppo riverbero. Lo stesso riverbero che ci accoglie
gelido e squallido. Ma non c'è Umberto Balsamo. Tu sei bella da morire...
ragazzina tu... Chino sui libri a fare i compiti di seconda media. Troppa
gente a scuola e per tre giorni alla settimana si fanno i doppi turni. Al lunedì
turno del pomeriggio. La nonna che impasta la torta di ricotta, speriamo che si
sia lavata le mani dopo essere andata in bagno. Da poco ho scoperto l'esistenza
delle frequenze in FM e delle prime radio private, le radio libere. Ascoltavo
con foga e desiderio di libertà programmi orribili, quelli con le dediche
delle fidanzate ai fidanzati militari. È stato uno di quei rari momenti
che ho desiderato di fare anch'io il militare. Nel frattempo ragazze come loro
dedicavano altrettanto al di là dell'Oceano. Finalmente le avrei potute
vedere ballare davanti a me con i tacchi e magari con la gonna corta. Praticamente
siamo i primi ad arrivare o quasi. Vengo invaso da un senso di delusione peggiorato
dal disagio per il vuoto che sembra ancora più esteso a causa del riverbero
della musica. Il dj sta facendo le prove. Anzi prova le basi registrate. Ha
sfoderato implacabile tutto il suo campionario da matrimoni. Solo brani italiani
però. Ogni tanto ne accenna uno, evitando con cura i Cugini di Campagna
e Bocelli, i pezzi forti. Di quelli mette solo gli originali. Viene da Latina
e ogni anno passa qualche mese in America. Fa serate, abbastanza soldi e poi torna
in Italia a fare altre serate e altri soldi per la stagione estiva. Il bello è
che nelle piazze della Ciociaria e del basso Lazio il suo pubblico gli chiede
brani americani o comunque cantati in inglese. Non mancano mai Yesterday, Love
me tender e da un po' di tempo anche qualche lento di quelli che copiano i Beatles...
sì... gli Oasis. Ma li conosci questi Oasi? Dice che per anni aveva
avuto come esempio Little Tony. Più luminoso di un faro nella notte. Ci
perdeva ore a gonfiarsi il ciuffo, ma ormai non è più tempo de 'ste
pagliacciate e poi sto pure cominciando a perdere i capelli, mannaggia... guarda
un po'. Però il nome non l'ha mica cambiato: Tony era e Tony rimane.
Nel frattempo il Café Europa è andato via via riempiendosi. I clienti
tutti rigorosamente italiani o figli o nipoti di italiani. Vengono un po' da tutte
le parti della contea, ma quasi nessuno da New York. Non gradiscono stare in quella
bolgia, c'è troppa confusione, le case costano troppo, sono piccole e non
c'è il giardino per fare l'orto con le zucchine e il basilico. Certi mancano
dall'Italia da trenta, quarant'anni e per molti di loro quest'assenza lunghissima
è stata fatale, sufficiente a intaccare e sgretolare la memoria delle parole.
I primi a cadere sono stati i nomi delle cose, degli oggetti, del cibo, poi i
verbi e gli avverbi che erano già pochi in partenza. Qualcuno preso dal
panico ha smesso di parlare da un pezzo e si limita a osservare e a salutare sorridendo.
Buona fortuna... Siamo lì seduti
intorno al nostro tavolo e guardiamo gli altri che ballano. Qualche coppia spinta
da passi di valzer avventati ci sfiorano alla deriva. Siamo lì a goderci
lo spettacolo. John Gianni non si toglie il giubbotto d'ordinanza, Anna Bianca
sua moglie (è la cugina di Frank e si chiama come sua sorella, del resto
ci sono almeno altri tre Frank) sorride luminosa, Frank è poco interessato
e traffica con la rubrica del telefonino, Topazio che è portoricana e pure
bionda si sforza di capire i testi delle canzoni, ma in fondo soffre perché
nessuno di noi la invita a ballare e invece Leda (la mamma di Anna Bianca) non
vorrebbe affatto che fossimo solo noi a invitarla. Altri desideri, altri sogni.
Leda ha più o meno cinquant'anni. Capelli vaporosi e striati di rosso come
la miglior Sally Spectra, i gioielli vistosi sistemati strategicamente un po'
da tutte le parti,l'importante che conducano tutti verso l'insenatura del decolleté,
la pelliccia di lontra e un rossetto ben marcato sono i segnali evidenti di un'esuberanza
vitale molto lontana da appassire. Parla molto, gesticola altrettanto ed è
uno spettacolo starla a sentire. Dopo un po' mi rendo conto che a volte tutti
i luoghi comuni sono assolutamente e clamorosamente veritieri. Uno di questi riguarda
il modo di parlare degli italoamericani. Quei mafiosi gessati che dicono broccolino
e tutto il resto vittime di una deriva d'identità lessicale. Ecco, Leda
è esattamente così. Sembra quasi che faccia l'imitazione di se stessa.
Non sai se ridere o ascoltarla estasiato in attesa della successiva acrobazia
verbale, di altri e sempre più arditi neologismi, sincretismi, lirismi.
Dopo una polka ubriacante ci raggiunge al tavolo un tipo col maglione a collo
alto beige con pancia annessa. Dice che viene da Civitavecchia e che vive in America
dal '65. Leda lo conosce e lo chiama per nome: Brunello. Ha vissuto e lavorato
prima a Staten Island e poi nella contea. Manhattan? E dov'è? A proposito
lei c'è mai stato a Civitavecchia? Come no. Ho preso il traghetto per
Cagliari un'infinità di volte. Ah... sardagnolo sei? Li lascio
tubare che tanto non dicono niente d'interessante e solo adesso mi accorgo che
sono rimasto al tavolo praticamente solo in compagnia di Topazio, che accavalla
le gambe prima a destra e poi a sinistra. John Gianni e Frank sono spariti e Anna
Bianca pure. Ma lei forse è alla toilette. Altre volte mi sarei sentito
soggiogato dal dovere imbarazzante che t'impone di parlare e socializzare per
forza con chi ti è seduto vicino. E Topazio senza dubbio mi siede vicino
e mi guarda di sbieco anche. Aspetta una mia mossa, che le offra da bere, che
la inviti a ballare o che parli di qualcosa, qualcosa di inutile tanto per dire.
Ci penso un po' e le chiedo se sa dov'è il bagno. Fine della storia. Mi
alzo e passo in mezzo ai ballerini che ridono. Tacchi e suole che strusciano e
Tony che ce la mette tutta per ricreare quel bel clima di festa di santo patrono.
Ogni tanto si lancia con un bel baila guapa! Esco dal bagno e becco John Gianni
e Frank. Parlano con il manichino con il cappotto. Somiglia davvero al venerabile.
Non capisco cosa si stiano dicendo ma mi sembra di capire che abbia qualche problema
con Frank, infatti è stizzito con le mani in tasca e gli occhi tagliati
stretti a fessura e calpesta feroce la cicca buttata per terra. John Gianni mi
sembra che tenti di farli ragionare o di mitigare lo scontro. Io me ne sto appoggiato
a quelle pareti bianche del cazzo che magari mi sporcano pure la giacca e cerco
di capirci qualcosa. Parlano un po' in inglese un po' in dialetto misto calabrese
con qualche parola in siciliano e italiano. Almeno così mi pare. L'unica
cosa che afferro con certezza è una frase secca di Frank: "Non
se ne parla nemmeno. La mustang rimane dov'è: in garage, da mia nonna."
Il vecchio affila lo sguardo e poi beve un sorso d'acqua. Anche la mia tartaruga
a volte faceva lo stesso. 19. Il lounge
della nonna ma anche il genio di Roddy La nonna di Frank vive con un altro
suo nipote Roddy, che sta per Rodolfo ma lui si vergogna di farsi chiamare così
e detesta pure Rudy che gli ricorda un nome da cane, un barboncino bianco. Roddy
ha 24 anni è scuro con tanti capelli, anche questi scuri, e dice che studia
e che lavora anche se tutti lo trovano sempre a casa della nonna davanti al computer
a giocare e a mangiare popcorn al burro o donuts alla cannella, che sono il grosso
della sua alimentazione abituale mica sfizi per mettere su trippa. Naturalmente
c'è sempre il solito ovvio appena arrivato che si stupisce ancora di più
quando scopre che Sal, il padre di Roddy, ha una pizzeria a Queens. Ma come...
con tutte le pizze che potresti mangiare gratis tu ti rovini lo stomaco imbottendoti
di quelle porcherie da fast food? Ecco appunto. To cut a long story short.
Però è una storia che mi intriga parecchio, ma credo che ci vorrà
un po' di tempo prima di scavare come si deve. Comunque Sal lo posso vedere
incorniciato sulle mensole sopra alla tv via cavo, ritratto nelle sue interpretazioni
più riuscite. Quando si è sposato con Catalda aveva i capelli lunghi,
i baffi neri ed era magro. Un bel tenebroso stile Gianni Nazzaro. Adesso è
grasso e con tanti capelli in meno, ma pare che, almeno così mi dicono,
le tenebre e il piglio sparviero sono ancora perfettamente intatti e lustri. Domani
siamo invitati a cena a casa sua. Pare che faccia degli ottimi spaghetti allo
scoglio. Un po' di storia di famiglia. Roddy ha una sorella gemella e anche
altri due fratelli gemelli ma più piccoli. La maggiore invece, pur non
avendo un gemello, fa per due lo stesso in virtù della stazza davvero considerevole.
Lizzy è una che si gode la tavola e la vita e soprattutto i fidanzati che
non le sono mai mancati. Dopo il college Roddy decide di andare all'università
dove studia ingegneria informatica e per mantenersi fa quello che nei grandi magazzini
si mischia alla gente per vedere se becca qualche ladro in flagrante. In pratica
te ne devi stare lì dentro per il tuo part time e dare un'occhiata in giro.
Il detective dei poveri. Ovviamente non devi fare come le guardie giurate che
stanno lì come stoccafissi, ma ti devi mimetizzare, non farti notare. Va
tutto bene se ti mettono in un reparto figo e divertente come può essere
il reparto hi-fi o quello dei libri, almeno trovi qualcosa da fare. La vera palla
è quando invece ti sbattono ai casalinghi o all'intimo femminile quando
manca altro personale. Una volta Roddy aveva finito per venire quasi alle mani
con il marito di una signora che sosteneva di essere "guardata", e un'altra
volta, mentre provava le poltrone con il vibromassaggio, si era abbioccato e non
si era accorto di una grassona che rubava un intero set di coltelli da cucina.
A parte questi momenti epici il lavoro è tranquillo e lascia molto tempo
a Roddy di pensare in santa pace. Infatti Roddy è un ragazzo che pensa
molto. Magari adesso vi starete facendo l'idea che Roddy sia il solito ragazzo
chiuso introverso che oltre a fare un lavoro da schizofrenici passa il resto della
giornata inchiodato al computer. Be', vi sbagliate clamorosamente o perlomeno
abbastanza. Per prima cosa Roddy esce con gli amici, si vede molto con il cugino
Frank (si scambiano videogames masterizzati nuovi di pacca) e ha pure la ragazza
(si chiama Jeanny ed è decisamente quel che si dice una figona). Con Jeanny
(vero nome Gianetta, sic!) il giovedì sera vanno a vedere il musical.
Del resto queste attività cosiddette normali non sono affatto in contrasto
con il fatto che Roddy pensi molto. E a cosa pensa? Pensa a sua nonna.
La nonna con cui vive da due anni, più o meno da quando aveva deciso di
trasferirsi a White Plains per lavorare ai grandi magazzini Sears. In effetti
parlano poco ma comunque comunicano. Il problema non è tanto di contenuti,
di argomenti, ma proprio di lessico. Lui parla inglese e lei un misto di calabrese
e italiano con qualche rara parola inglese, quasi sempre avente a che fare con
il cibo o con utensili domestici. Shrimps per gamberoni, grouper per cernia,
chicken per pollo, apple per mela. Evita invece di identificare l'ananas che in
qualunque lingua si dica è sempre complicato. La nonna, la signora
Elvira, è arrivata in America alla fine del '59. In nave con Catalda la
più piccola che allora aveva appena sette anni. Il marito si era già
trasferito prima da solo e poi raggiunto dai figli maschi già da quasi
6 anni. La cosa incredibile è che in oltre 40 anni di vita americana lei
sia sempre rimasta refrattaria all'inglese. E dire che ha anche lavorato in fabbrica
come operaia. Col tempo poi ha anche disimparato il poco italiano che sapeva e
lentamente, ma inesorabilmente ha modificato il suo calabrese. A distanza di tanti
anni, con l'inatteso apporto delle telenovelas, è riuscita a crearsi un
linguaggio assolutamente originale e personale. La cosa sembra non aver mai
turbato i vari elementi della famiglia. Anche per loro il processo di assimilazione
è stato graduale. Così mentre la signora Elvira imparava a parlare,
gli altri imparavano a capire. Anche Roddy per anni non si era mai posto il problema.
Lui parlava inglese, capiva abbastanza l'italiano e pure il nonnese che a volte
equiparava all'italiano. Poi un giorno Jeanny gli fa aprire gli occhi e soprattutto
le orecchie. -Sai una cosa?... Mica la capisco tua nonna. Ma che lingua parla?
-Come che lingua parla?... Italiano con qualche frase in calabrese... oppure a
volte molto calabrese con qualche frase in italiano. -Ma va... guarda che
lei parla una lingua tutta sua... il nonnese. Non dirmi che non te ne sei mai
accorto... - Boh... è sempre stato così... sì... è
sempre stato così normale che la nonna parlasse in... nonnese. - -
È un modo di parlare buffo... ma simpatico e soprattutto originale. Senti,
amore... ma tu poi ci riusciresti a parlare come lei? - Non ci ho mai pensato.
- E provaci. - Ma perché, poi... Va a finire che quando parlo con te
non capisci mai una parola. A volte non riesco a seguirti Jeanny. - Un giorno
capirai, non preoccuparti. Comunque c'è anche un'altra cosa che volevo
dirti. E sempre riguardo a tua nonna. - Vacci piano, sappi che non è
poi così rimbambita. - Mai messo in dubbio e dopo che ti avrò
raccontato la storia ne avrai pure conferma. - Ok... ok... E dimmi allora.
- Sei mai stato con lei mentre guarda le telenovelas? - Mah... forse. Però
non sto certo a sentire quelle stronzate... ho altro da fare. - Male. Comunque
sai bene che io parlo anche lo spagnolo e allora ogni tanto sto con lei davanti
alla tv. - Certo perché tu non hai altro da fare. - Spiritoso.
Per farla breve le chiedo cos'è successo fino al break pubblicitario...
e succede una cosa pazzesca... mi racconta un'altra storia... una storia completamente
diversa... - Non dirmi che non sapevi che mia nonna non conosce oltre che
l'inglese e l'italiano neppure lo spagnolo. - Il discorso è un altro:
la storia che mi ha raccontato era molto più interessante di quella trasmessa
in tv! - Guarda che non ci vuole molto, eh... - E allora da quella sera
le faccio sempre lo stesso trucco e le chiedo di raccontarmi cos'è successo.
Roddy, stammi bene a sentire... tua nonna è un genio, una scrittrice nata,
roba da best seller... mi capisci è la tua grande occasione... lei racconta
e tu scrivi e via... verso Hollywood! - Mmm... e com'è la telenovela
che ti ha raccontato? 28. La
mustang in garage Alla fine non ce la faccio più e chiedo a Frank di
farmi vedere la mustang di suo padre. Sulle prime mi sembra un po' restio. Glissa,
prende tempo, fa finta di dimenticarsene. Poi forse si sente in torto e pure leggermente
stronzo e quando andiamo dalla nonna si fa seguire giù in cantina con la
scusa di dare un'occhiata alla caldaia che perde per poi aprire la porta del garage
e dirmi semplicemente. - Se t'interessa ancora la mustang è là. Mi
chiedo che storia possa nascondere, rivedo la scena al Cafè Europa. La
faccia da rettile di Agatino Salvemini, il nervosismo di Frank, il suo silenzio
quando in giardino prima di entrare a casa ho avuto l'idea infelice di farle qualche
domanda a riguardo seguita da un mutismo appena giustificato. Basta guardarla
per avere la sensazione nettissima che quella macchina inferma ha una storia formidabile
da raccontare e che vuole essere solo sedotta e intervistata. Mentre il mio sguardo
corre veloce dal volante al cruscotto, dai sedili alla copia del Kamasutra comincio
a darmi da fare e mettermi all'opera. È la traccia che stavo aspettando. [testo
del reportage illustrato pubblicato su Black n.1,
Coconino Press, 2001]
[altri testi]
[vai al reportage illustrato]
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