| tunnel
stiletto heels 
Quando
cominci a vederla da lontano non riesci proprio a capire a cosa possano servire
tutte quelle strutture d'acciaio in tensione, fili, tubi, travi, né tantomeno
come e dove e possa iniziare l'immersione. Forse non si tratta nemmeno di un immersione.
C'è poca gente sull'autobus dell'Anglia Line. Quindici persone al massimo.
Un gigante giovane e biondo, con la faccia da bambino sfoggia il suo inglese americano
chiacchierando con l'autista che ha fatto quasi tutto il viaggio in camicia a
maniche corte, bianca e con qualche fregio di ordinanza. Beato lui. I gemelli
sono rimasti ben chiusi nel calduccio del loro parka da molto tempo prima che
salissero sull'autobus alle 6 del mattino. Fermata Cafè Lisboa, a Bruxelles
forse in centro. C'era troppo buio e troppo freddo per capirlo. Sosta prevista
di quasi due ore. Anche Algida non si è tolta il cappotto, anzi no
se l'è mai tolto dall'inizio del viaggio. Stazione di Zoo a Berlino, quella
famosa perché Christiana F. andava a farsi con tutti gli altri amici tossici.
In una mattina di vento così, i doganieri francesi devono sentirsi molto
annoiati, per cui il loro cagamento di cazzo diventa quasi scontato. Tutti giù
e le solite risposte alle solite domande imbecilli. - Fai uso di sostanze stupefacenti?-
Una signora sui sessanta, con un cappello di pelo -chissà cosa ci fa lei
su quest'autobus- si preoccupa perché si è dimenticata a bordo i
suoi guanti e i gendarmi avevano appena ordinato di scendere con tutti gli oggetti
in possesso. Uno studente tedesco di geologia la tranquillizza. Poi finalmente
la piccola farsa finisce. Nessun gesto eroico, nessun arresto clamoroso, niente
bombe. Anche se Dunkerque dista solo pochi chilometri, non c'è proprio
nessuna possibilità di gloria. D-Day. Operazione Overlord. Il vento
spazza i pensieri. Una scolaresca inglese viene richiamata a bordo dal suono del
clacson del loro autista impaziente. Ragazzini dai dieci ai tredici anni, quasi
tutti bruttini. Cravatte sghimbesce e ridicole e i più trasgressivi si
sono tolti il maglione e ostentano la camicia fuori dai pantaloni. Avanzano con
le mani in tasca e con un sorriso di beffeggio incollato sulle facce rosse. Ci
vuole poco per sentirsi punk. I doganieri salutano cortesi. In fondo hanno
passato un quarto d'ora diverso e c'è stato anche un momento emozionante
quando non avevano ben capito che dentro a una borsa ci fosse un notebook. Attimi
memorabili. La stazione può ricordare di tutto. In pratica non c'è.
Comunque racchiude l'idea stessa di transito. A tratti è una stazione dei
treni, in altri momenti la pista di un aeroporto, anche un porto di mare.
L'unica cosa che capisci con chiarezza, è che da qui si parte o si arriva.
Non si vede il mare, non si vede La Manica. L'autobus riprende la sua marcia,
destreggiandosi in una selva di cartelli bilingui. L'autista inglese ce l'ha con
i francesi, che ovviamente sono i soliti francesi. Non c'è la sala
d'aspetto. Non c'è niente che ti metta a tuo agio. Dopo qualche minuto
cominci a capire. Come binari. Sui binari ci sono enormi container pronti
ad accogliere le macchine, i camion egli autobus. Si tira il freno a mano e si
viene chiusi dentro, proprio come merce da esportazione, pecore o tronchi di legno.
Si aspetta. Qualcuno legge, qualcuno ascolta musica, altri dormono. I gemelli
si guardano continuamente intorno, cercando di trovare qualche punto di riferimento,
qualche punto, da dove si possa magari osservare meglio l'immersione sotterranea.
Lo sprofondamento. La solita voce bilingue raccomanda di allacciarsi le cinture
e di non fumare, ma piuttosto di aprire i finestrini per fare circolare più
aria. Comunica inoltre che la traversata durerà circa 37 minuti. Intuisci
che si è in movimento da qualche scossa leggera, da qualche raro dondolio.
Algida può anche osservarlo quel movimento lieve. Sulla parete, lungo la
parte bassa del container, c'è una finestrella sottile e verticale da cui
puoi sbirciare l'asfalto che se ne va, fugge alternandosi a sterpi gialli e senza
nome, comuni in tutti gli aeroporti. L'asfalto corre sempre più veloce
e poi all'improvviso sparisce. Fuori tutto diventa buio. Buio. Sottoterra.
Underground. - Ma ti sei vista? Inchiodata
a letto, in pigiama, a fumare e al buio ovviamente! - Guarda che non sei nemmeno
originale, poi. - Me ne fregasse qualcosa. Comunque vi informo che come sempre
stasera non ho proprio voglia di uscire. Vi prego non insistete. - Lo sappiamo
che sei un mostro, che non riesci più a sopportare il peso opprimente della
compagnia degli altri, ogni volta che esci sei presa da una morsa che ti soffoca
e che noi non possiamo capire e che poi un cazzo! Stammi a sentire, lo sai quanto
siamo arrivati a pesare a dodici anni? - Anche a undici e poi anche a tredici...
- Centoquattro chili! - Ah, non lo sapevi? Stai zitta? Non hai parole? Non
riesci immaginare noi, i perfetti, gli apollinei gemelli Carbone, grassi e tripponi.
- Avevamo anche gli occhiali, di quelli con il tappo... la pezza nell'occhio buono
per fare lavorare quello pigro... - Anch'io avevo gli occhiali con la pezza.
L'intervento di Algida arriva improvviso, quando ormai i gemelli stanno per arrendersi.
Bisogna approfittarne immediatamente. - Ma va. E in quale occhio? - Destro.
Tutti e tre si guardano per qualche attimo, muti e attenti, cercando di immaginarsi
con gli occhiali e la pezza nell'occhio. Algida cerca anche di immaginarsi i gemelli
grassi e pesanti 104 chili. Poi fortunatamente scoppiano a ridere. Una
liberazione. - Ci chiamavano con nomi
diversi. - Olio e Ollio, i fratelli Budda e uno che diceva che viaggiava sempre,
ci chiamava anche "quella statua del giardino di Boboli". - E poi
come avete fatto a dimagrire? - Giuriamo solennemente di non avere fatto mai
nessuna dieta e poi non leggevamo nemmeno i porno. Siamo sempre stai tipi da parrocchia
noi! Alla fine Algida accetta la proposta
dei gemelli. Devono suonare in un centro sociale a Berlino, nella loro nuova formazione
a due e poi magari si sarebbe potuto fare un salto a Londra, usando il bus che
non costa poi così tanto. - Va bene vengo con voi. Ma se sto zitta
non ditemi niente neanche voi. E' stato
più o meno così che Algida Ximenes si è trasformata improvvisamente
in un fantasma silenzioso. Una creatura di gran fascino, non c'è dubbio.
Una presenza solo a tratti discreta, perché si sa che spesso il silenzio
può essere molto invadente, molto pesante. Un fantasma che comunque segue
buona buona i gemelli Carbone sul treno che li porterà tutti e tre prima
a Monaco e poi fino a Berlino. Freddo pazzesco e neve bizzarra che scende
a fiocconi enormi quando meno te l'aspetti. I polmoni ghiacciati, saturi dell'odore
onnipresente di carbone e di kebab turco o più spesso curdo. -Italienisch?
Ocalan Anhalten! Il tipo dell'imbiss ha i capelli cortissimi e nerissimi e
sembra disperato. Si sfrega le mani sul grembiule bianco. Come gli altri clienti
del locale, non sa che nel frattempo altri curdi stanno assaltando il consolato
israeliano. Dalla sera stessa non si parla d'altro. Fuori è smesso
di nevicare e, nell'imbarazzo generale, Paolo Carbone constata che il doner kebab
è molto più gustoso del kebab al pollo. Il curdo triste cambia
canale del satellite. C'è un tizio con la giacca rossa. Forse è
una stazione turca. Buio. Fuori è
ancora buio. I gemelli si sono addormentati, forse cullati dal rollio e da un
ronzio impercettibile, ma rassicurante. Quasi volesse dire, che tutto sta funzionando.
Del resto, se mai ci dovesse essere un guasto si sentirebbe l'allarme, una specie
di sirena alla Star Trek. I gemelli
avevano ricevuto l'invito per suonare a Berlino da Sascha, un loro amico lituano
che faceva da un po' di tempo il p.r. al Tacheles. In pratica era la prima volta
che i Carbone Bros. avrebbero suonato come duo di ambient e drum'n'bass. Dopo
i soliti casini con il vecchio gruppo, avevano deciso di proseguire da soli e
tentare l'avventura dei campionatori. Però non avevano rinunciato al basso
e alla chitarra, i loro strumenti abituali e del resto anche i più adorati.
Paracelsius in concert. Dopo di loro c'è anche un altro che suona e
canta da solo in inglese e tedesco. Torso nudo senza peli, muscoli e piercing
sui capezzoli. La serata finisce alle sei del mattino e Pietro Carbone non
può che convenire che a Berlino la Paulaner costa poco o niente. Algida
non ha ballato, è stata tutta la sera ferma in piedi senza neanche togliersi
il cappotto. Sembra quasi che se ne stia per andare da un momento all'altro.
Ogni tanto le si avvicina qualche tipo, che le balla intorno o le dice qualcosa.
Lei risponde che non sa il tedesco e non si sforza nemmeno ad approfondire il
discorso in inglese. In compenso fuma molto. Gaulois blonde. Confezione da 19
sigarette, quelle per i distributori automatici. Tutte le marche a 5 marchi.
Poi mentre i gemelli socializzano con due brasiliane, che vogliono disperatamente
rimanere in Germania, Algida si fa un giro intorno. Fuori dalla sala fa freddo
e sembra di trovarti al Covo di Bologna. Stesse facce, stesse felpe con il cappuccio.
C'è un banco con un enorme padella ripiena di paella ancora tiepida. In
un'altra padella una tedeschina grassotella, molto bionda e porcella, frigge gamberoni
surgelati, che altri con il cappuccio mangiano avidamente con le mani. - Scommetto
che sei italiana. Lui invece è sicuramente italiano, anzi toscano.
Piccolino e con gli occhiali, mentre parla si lecca le labbra e affonda le mani
nei gusci unti dei gamberoni. Lei sta zitta ed è già l'inizio
di un dialogo. In fondo sembra un tipo simpatico. Chissà dove ha trovato
quel cappotto con stampato la pista d'atterraggio dell'aeroporto di Francoforte.
Si presenta allungando la mano e, non appena si accorge che questa è bella
unta, la ritrae immediatamente. Sorride. E' tipo un rassicurante Giovanni.
- Lo capisco subito se uno è italiano. Sono i particolari a dirmelo.
- Le scarpe. E' più forte di lei. Dare risposte secche che smontano
qualsiasi prosecuzione di dialogo. Ma quello è un osso duro. Si mette in
bocca l'ultimo gamberone e riprende noncurante. - L'anno scorso avevo fatto
amicizia con un altro ragazzo di Bologna. Era qui con una borsa di studio Erasmus...
- Amerigo. - Cavolo, ci hai preso subito... cos'è, lo conosci anche
tu? Il dialogo decolla e diventa magico. Giovanni che sa a priori che lei
viene da Bologna e Algida che sa ugualmente a priori che lo studente Erasmus era
Amerigo. Forse vale la pena restare un po' lì a parlare. Forse è
proprio quella la ragione per cui è andata a Berlino con i gemelli.
Si siede e accavalla comoda le gambe. - Senti, ma quei gamberi sono buoni? La
sera dopo i gemelli escono con le brasiliane. Marcia e Leandra. Leandra è
mulatta e Marcia ha un bel culo. Quanti colori addosso. Algida invece esce
da sola. Gira a caso, un po' a piedi, un po' con il tram. Preferisce stare a Est,
perché le sembra più Berlino e dopo un po' arriva a Prenzlauerberg.
Non è un caso. Chiacchierando con Giovanni, erano finiti per impantanarsi
parlando di Amerigo. Algida era avida di informazioni e allo stesso tempo non
voleva sapere niente. Un tira e molla snervante, in cui per fortuna Giovanni non
veniva coinvolto più di tanto. Forse però si era accorto di
qualcosa che non andava. Ogni tanto uno sguardo interrogativo e più lungo
degli altri e poi si andava avanti con le parole. A fine serata Algida si
era trovata con due numeri di telefono e due indirizzi. Il primo lotto ovviamente
riguardava Giovanni e comprendeva numero di casa, studio e fidanzata di quest'ultimo
con l'aggiunta di un -ma non preoccuparti, viviamo la coppia in un maniera molto
aperta, sai spesso ci incontriamo per caso, sì certo facciamo i cazzi nostri,
ma io Kirst non la mollerei mai. Altrimenti come farei a sopravvivere?- L'altro
lotto comprendeva l'indirizzo e il numero di telefono della casa dove era stato
Amerigo l'anno prima. Gliel'aveva recitato Giovanni a memoria, per dimostrare
quanto fosse diventato amico di Amerigo. -Me lo ricordo ancora! A distanza
di un giorno, anche Algida se lo ricorda ancora ed eccola lì, nel buio
di Prenzlauerberg alla ricerca di Knaackstrasse 24, camminando nel tentativo disperato
di evitare le cacche sterminate che affrescano spudoratamente i marciapiedi disastrati
di Berlino Est. Ogni tanto Amerigo le raccontava di quei nove mesi. Mai nei
dettagli, mai seguendo un ordine. Episodi, aneddoti, frammenti, che adesso, almeno
in parte, si stanno ricomponendo. Mentre percorre Knaackstrasse, cammina seguendo
le parole di Amerigo e quando arriva al 24, sa perfettamente che deve superare
il primo hinterhof e salire fino al terzo piano. Le scale sono disastrate e al
secondo piano c'è il cesso esterno che serve anche agli occupanti del primo.
Esce un tipo sui cinquanta, ha in mano il Taz e il frastuono dello sciacquone
non si è ancora del tutto estinto. Al terzo piano, Algida nota appesa
sulla parete la lavagnetta nera da cui pende un gessetto legato a spago. I messaggi
che venivano lasciati quando non c'era nessuno in casa, erano qualcuno degli aneddoti
citati spesso da Amerigo. Quell'usanza in apparenza terribilmente arcaica,
sulle prime le era sembrata una cosa davvero buffa, ma poi l'ha adottata anche
lei, suscitando in amici e compagnia i soliti commenti della serie -Algida ne
inventa sempre di nuove per essere eccentrica e sempre al centro dell'attenzione.-
Adesso Algida l'eccentrica è lì davanti alla porta della casa che
l'anno prima era stata abitata da Amerigo. E' lì come un ebete e come un
ebete suona il campanello. Non c'è motivo per farlo. Aspetta che qualcuno
le venga ad aprire. Passi di piedi senza scarpe su travi di legno. I pavimenti
di Berlino cigolano sempre e comunque, anche se non ci passi sopra. Le apre
una biondina con i capelli molto corti, maglione pesca infilato alla rovescia
e pantaloni militari. La guarda e si guardano, cercando un appiglio disperato
per riconoscersi. Le parole le escono di bocca, quasi senza accorgersene.
Basta un attimo. - C'è Amerigo? - Was? Si sente una deficiente,
una pazza visionaria, sta per andarsene via di corsa senza aggiungere altro. E'
lì che si sta già muovendo che quell'altra le dice in un italiano
traballante, ma indubbiamente chiaro: - Tornato Italia. Si chiama Nadja.
22 anni. Prendono un caffè insieme, parlano dell'anno che lei ha passato
in Italia, scambiando la casa con Amerigo. Sì, certo all'inizio c'era rimasta
male che la casa in Italia era una cantina, ma poi si era affezionata. No,
Amerigo, quasi non lo conosce. Si erano giusto sentiti qualche volta. Nadja
ha occhi di un colore indefinibile. Le pagliuzze si agitano instancabili, cambiando
continuamente. Sempre buio. Il buio
del viaggio di andata si confonde con il buio del viaggio di ritorno. Nel frattempo
loro tre hanno trascorso una settimana a Londra. Londra è carissima, molto
più cara di Berlino. Tutti dicono che se non lavori non ti puoi permettere
di fare il turista per molto tempo. Pochissimo. Una settimana. Arrivano di
venerdì. Leone è un amico dei gemelli, è di Brindisi anche
lui. Fa il parrucchiere a Islington. Vive con Patrice che viene da Trinidad. Questo
dice che fa il modello, ma di giorno se ne sta sempre a casa. Doccia e poi
tutti a cena al ristorante indiano. Ce ne sono tanti a Bayswater. Tanta gente
e quella solita pioggerellina che bagna e non bagna. Ragazzi che sembrano
calciatori dell'Arsenal, ragazze che sembrano le sorelle un po' sfigate delle
Spice Girls. Tutti si coprono poco, si preparano a riempirsi di birra e a contenere
i bollori, oggi è giornata di salario e qualcuno con un po' di fortuna
troverà qualche altro da scopare. Clacson, voci, frenate, musica, risate,
scalpiccio di tacchi. - Ma sono tutte con i sandali e senza calze! Il
gemello Pietro è sinceramente stupito. Lui e anche gli altri se ne stanno
imbacuccati nei loro parka e cappottini, come fanno ormai dall'inizio del viaggio
e le sosiaspice se ne vanno in giro senza calze e con le unghie smaltate in sandali
dal tacco alto. Certe soffrono, ma soffrono in silenzio. Qualcuno pensa che questo
mutismo sia davvero molto erotico. - Si usa. E' l'unico commento che la
saggezza infinita di Leone decide di esprimere in questo momento di stupore generale.
Piedi, piedi, un'infinità di piedi, in sandali, in zatteroni, in scarpe
aperte con tacchi a stiletto e poi gonne lunghe, corte, strette, solo qualche
raro pantalone, perdipiù alla pescatora. Gli stivaletti di nappa nera
di Algida. Si procede come a Berlino.
Esce quasi sempre da sola. I gemelli sono senza le brasiliane -che peraltro hanno
appena sentito- e passano il loro tempo a cazzeggiare con Leone. Molte canne e
molte birre. Tutti e tre si lamentano della sfiga che proprio in quella settimana
non ci sia in programma nemmeno un concerto decente. Algida cammina facendosi
spingere, urtare lungo le strade affollate. Gli altri mostrano di avere fretta
e così li lascia passare, li lascia andare. Si ferma a lungo davanti alle
vetrine. Ogni tanto guarda la sua immagine riflessa. E' un'immagine un po' sfocata,
quasi assente, come se fosse da qualche altra parte. L'odore pungente delle
stufe a carbone di Berlino la raggiunge all'improvviso. Tutti i suoi vestiti si
sono impregnati di carbone. Nonostante il tunnel, nonostante il canale, è
là che si trova. Nostalgia di un posto dove si è stati per appena
quattro giorni, al freddo e in case senza bagno. Lo stupore di Nadja, la memoria
di Giovanni. Probabilmente anche Amerigo avrà mangiato i gamberoni con
le mani. In un attimo si trova seduta sullo sgabello di un negozio di scarpe
in Oxford Street. Le commesse sono tutte e due bionde e masticano chewing gum
mostrando le gengive. Dopo una rapida esplorazione decide che si tratta di
un negozio abbastanza brutto. Qui le scarpe sono tutte ecologiche. Il cuoio non
l'hanno mai visto. Sull'etichetta di un mocassino c'è scritto Gino Paoli
fashioned. - Senti, sua maestà,
noi per stasera pensavamo di andare prima a cena dal giapponese, sai quel posto
dove ti prendono le ordinazioni con un computer palmare... e poi Leone ci ha detto
di un club a Soho dove forse c'è uno che magari potrebbe essere interessato
al nostro gruppo... e visto che sei... un po' così... beh... sì...
tu che fai? - Vengo, è ovvio. Paolo rimane di sasso. Si era preparato
un lunghissimo discorso articolato in diversi punti, con l'unico scopo di convincere
Algida -che bisogna dirlo, peggiora di giorno in giorno- ad uscire con loro e
quella accetta subito. Sconvolgente. Momenti di vero fascino. Di
un bel rosso scuro, intenso quasi come sangue coagulato. Non si è nemmeno
sporcata. Un'operazione perfetta. Ancora qualche attimo e saranno completamente
asciutte. Fatto. La scarpa è semplicissima. Quattro fasce piuttosto
sottili, attraversate a croce da un'altra leggermente più larga. Dietro
un cinturino anche questo sottile. Colore nero. Nella versione di vernice non
c'è più il numero. In vetrina davanti al modello c'è un cartello
scritto a pennarello con la cornice lampeggiante. -Original stiletto heels, Gucci
fashion!- Di Gucci non c'è niente, però c'è sicuramente il
tacco, altissimo ed effettivamente sottile e di metallo. Un chiodo, uno stiletto.
Devono fare un chiasso pazzesco quando aggrediscono la strada. I piedi sono
ormai dentro, bloccati dal cinturino. Se li guarda dall'alto e si chiede se anche
quella è veramente lei, Algida Ximenes. Per avere una conferma ulteriore
si guarda anche allo specchio. Gambe lunghe e sottili che fanno la loro apparizione
sotto una gonna aderente e corta sopra al ginocchio. Gambe bianchissime. Se le
ricordava soltanto mezzo avvolte dall'accappatoio dopo la doccia. Dopo il
rossetto è definitivamente pronta. Si mette il cappotto e scende. Attenzione
ai gradini, sono ripidi e infidi. Leone non fa che ripeterlo. Gli altri sono
già pronti e come la vedono stupiscono. Prima Paolo e poi Pietro stanno
per azzardare un commento, probabilmente sulle solite cose -c'è freddo,
ma sembri, ma non dicevi che odiavi i sandali, ce l'avevi tanto con i nostri birkenstock...-,
ma poi capiscono che è meglio starsene zitti e farle un bel -wow!- di incoraggiamento
e via. Leone, che scemo non è, le fa un complimento per il colore del
rossetto e poi con grazia e competenza le sistema una ciocca di capelli. E' l'autorizzazione
a uscire. Soho, Leicester Square. C'è
poco tempo per la sera. La metropolitana chiude presto e c'è gente che
ci impiega anche ore per tornare a casa. In fretta, di corsa, gli sguardi, i profumi
generosi, fast love. Altre come lei, proprio come lei. Stesse scarpe, stesse
unghie smaltate. Pioviggina come sempre ed è una sensazione nuova. Un tipo
alto, scuro, un indiano la ferma e le chiede qualcosa. Lei lo attraversa come
solo i fantasmi sanno fare. Forse anche il tipo si sente fantasma. Altri maschi
con magliette da calciatore della Umbro. La foto di Zola sorride da dietro una
vetrina. Carluccio's specialità italiane. Sul megascreen del Bar Italia,
Cannavaro entra in takle. Gocce d'acqua si depositano sulle dita, infiltrandosi
caparbie. Doccia, freddo, estate. Voglia di caldo, voglia di sole. Buio.
Non importa se è il viaggio di andata o quello di ritorno. Forse stanno
tornando verso la Francia. Algida ha sempre i sandali. Ha slacciato il cinturino
e si massaggia il tallone arrossato. E' come sempre chiusa nel cappotto ed è
seduta lontano dai gemelli. A bordo c'è sempre poca gente. Buio, poi
un po' di luce improvvisa. Pochissima e senza colori, perché fuori c'è
la notte e l'asfalto comunque è sempre e solo grigio. Grigio. Più
di dieci giorni di grigio. Di freddo. Voglia di sole, di luce. Pensieri sulla
Turchia. La voce registrata del meuzzin che sveglia la notte. La salita del Sultanahmet.
Tanta gente che si sposta per l'evento che non c'è. Forse è come
a Berlino, così satura di Amerigo, anche se lui non c'è più.
Le ha scritto dalla Turchia, diversi mesi fa. E se adesso è ancora lì,
forse Istanbul conserva i suoi passi, i suoi sguardi, i resti di un kebab immangiabile
buttato per terra in mezzo a cumuli immensi di altra spazzatura. Tracce, fantasmi
che continuano a muoversi stando fermi e senza più esserci. Come un viaggio
nell'eurotunnel. - Sto arrivando. Si accoccola tra le pieghe del cappotto,
si sfila definitivamente i sandali e poi chiude gli occhi. I gemelli la osservano.
Dorme sorridendo. Luci della frontiera.
London, March 999
[racconto
apparso su Mondo Naif n.3,
Kappa Edizioni, 1999]
[altri
testi]
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